Scritto da P.C. il giorno 31/03/2008 alle 10:42
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Lui mi ha detto: “Ti vengo a trovare”. Estate, in casa non c’è nessuno: tutti al mare. Io le intenzioni se non le scrivono su dei cartelli non le capisco, in questo caso che c’è di mezzo anche il lavoro ancora meno. Io penso: “Comunque preparo qualcosa da mangiare, il mangiare non sbaglia mai”. Qualcosa di fine, di fresco e che sia pronto in anticipo. Aspic di pollo, ci ho lavorato tutta la sera prima, e poi verdure lesse. Lui arriva, un po’ di imbarazzo, preambolini sul divano, io in tutta questa storia non mi sono mai chiesta se ne voglio, e poi c’è di mezzo il lavoro… Raggiungo faticosamente la tavola, non prima di avere acceso e spento la luce con la schiena premendo sull’interruttore almeno 5 volte, il che significa più o meno 5 assalti, si potrebbe dire all’arma bianca. La tavola è rotonda, lui mi insegue appoggiandosi ai bordi, anch’io mi appoggio, la tavola si sbilancia, l’aspic cade rovinosamente sul tappeto. Il piatto del servizio buono è salvo, l’aspic è una mucillagine malinconica, lo guardo e mi passa la fantasia e forse anche a lui, perché quasi senza convenevoli guadagna la porta e se ne va…
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Scritto da Z.D. il giorno 27/03/2008 alle 12:58
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Oggi pomeriggio viene a casa mia la mia nipotina di dieci anni e faremo lezione di latino, sì, la prima lezione di latino. Può anche questo costituire una grande emozione nella quale si condensano le esperienze di più generazioni su questa lingua, che forse così come la studiamo noi non è mai esistita, però è come una trasmigrazione di fanciullezze, dalla mia a quella delle mie figlie, alla sua. Onde rendere la cosa ancor più secondo tradizione e memorabile, uscita dal lavoro entro in un negozio a comprare il cacao e la fecola per la cioccolata in tazza. Mentre sono fra il banco e la cassa e sto adocchiando anche una crostatina appena sfornata (chissà se farò in tempo a farne una prima che lei arrivi?) sento un signore che parla con la cassiera di torte, di ricette, e dice: “Io ho una grande passione per i dolci”. Io non mi trattengo, (ma in realtà non ci ho neanche provato) e intervengo: “Ma i dolci le piace mangiarli o li prepara anche?” Lui, un bel signore dai capelli bianchi e il portamento né troppo friendly, né troppo impettito, mi spiega che sì, i dolci gli piace farli oltre che mangiarli e che adesso vuole provare a fare una torta “meticcia”, un po’ tradizionale e un po’ etnica, e allora io gli dico: “Ha mai sentito parlare delle Cesarine, queste signore che cucinano e ricevono a casa loro i soci dell’Associazione?” Lui dice: “Che cosa carina!” Anche la cassiera lo dice, io incalzo: “Lei naviga in Internet?” Lui dice: “Sì”. Allora gli dico il nome del sito, ma non si capisce bene e interviene la cassiera che prova a scriverlo sullo scontrino del prezzo, ma anche lei sbaglia qualche lettera, allora prendo la penna e sempre sullo scontrino scrivo correttamente “www.homefood.it”, e dico: “Mi raccomando, ci guardi”. Lui dice: “Ma poi come faccio a risponderle?” e io sempre sullo scontrino scrivo il mio numero di casa. La cassiera è estasiata, io dico: “Scusi per il trambusto”. Lei dice: “Ma è così una bella cosa”, intanto si sta creando una piccola folla attorno alla cassa per pagare, ma non è impaziente, anzi sorride e qualcheduno dice: “E’ come in un film francese!…”
Atmosfere da Home Food…
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Scritto da Lucia il giorno 26/03/2008 alle 14:57
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Una cena con gli amici di sempre. Che preparare? C’è chi per pigrizia di stomaco, la pasta preferisce evitarla. Peccato, perché per me che lavoro, è la soluzione veloce. Soprattutto se il condimento lo preparo la mattina alle 6, prima di uscire. La semplice insalata, anche se fatta con i prodotti del contadino, non delizia molti. Così mi organizzo. Opto per un aperitivo a cui far seguire la visione di foto e filmini in ricordo di vecchi viaggi e avventure. Deciso. Vecchia ricetta. I mini panini che mia nonna, pugliese, sfornava caldi per merenda. Compro melanzane, la buona mortadella bolognese, il ciauscolo - (tipico salame spalmabile prodotto in due varianti in Lazio e Marche) – che mio zio di Urbino mi fa preparare dal macellaio di fiducia in via Raffaello. Una ciotola di maionese fatta da me e la marmellata di limoni di pane (del tipo pugliese) come da ricetta di famiglia. La sera compro gli ingredienti, impasto, inforno e dispongo su una teglia.. sperando che conquisti ogni palato. Anche se sino ad ora nessuno si è mai lamentato..
Ingredienti:
1kg di farina di grano tenero
1 lievito di birra
Sale
1 bicchiere di olio
Preparazione:
Impastare la farina con l’olio. Formare nel centro come una fontanella. A parte in un bicchiere con acqua tiepida sciogliere il lievito. Aggiungere 4/5 cucchiaini di sale. Un pizzico di zucchero, che serve alla lievitazione. Aiutatevi con le mani. Impastate il composto sicché diventi compatto. (Io uso fare una croce come mia nonna). Aiutatevi con un coltello. Tagliate in piccole porzioni la pasta. Lavorate dando la forma di un serpente e giratela su se stessa. Lasciate lievitare sotto una coperta per circa 2 ore. Spennellate dell’olio e infornate a 180°. A doratura ultimata sistemateli su una teglia e servite con a parte affettati.
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Scritto da Roberta il giorno 25/03/2008 alle 16:20
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Le “Cesarine”, è così che le chiamano a Bologna. Ma chi sono? Io direi che sono donne di casa, donne semplici, comuni e a volte anche anonime.
Ma ciò che le arricchisce, ciò che le fa in un certo senso uniche, è l’amore, la passione nel far felici coloro che stanno loro accanto. Cosa vuol dire tutto ciò? Sì, forse un’utopia, un modo diverso e quasi irreale di vivere.
Ho raccontato e ripetuto tante volte a Cristina la mia vita; una vita semplice lontana dal caos cittadino, dalle nevrosi che caratterizzano il nostro tempo, dal rincorrere le mode e le tendenze del momento. Ciò in cui credo fermamente sono i valori, le tradizioni, l’amore nel saper dare e donare agli altri. Certo è che non è sempre poi così apprezzato o ricambiato come poi tu ti aspetteresti, ma non importa: tu hai dato senza riserve arricchendo te stessa…
Perciò nel mio quotidiano cerco di portare avanti questa filosofia di vita non abbandonando le tradizioni, le cose che mi sono state tramandate dalla mia carissima nonna Gina. Una donna semplice, buona, grande lavoratrice. Grazie a lei e vivendo con lei ho potuto apprezzare le cose più semplici: il vivere all’aria aperta, l’amore per la natura e gli animali, il gusto e il piacere della cucina.
Cucinare uguale amore: sì, perché non c’è cosa più bella che sedersi intorno a una tavola apparecchiata e godersi un buon pasto.
Non deve essere necessariamente ricercato o sofisticato, anche il cibo più semplice, se fatto con amore, con gusto e con fantasia diventa una cosa prelibata, unica e gradevole.
Ho sempre odiato andare di corsa, fare le cose affrettate, tanto per fare. In ogni cosa credo sia necessario mettere il giusto tempo, tanto più in cucina.
Non si mangia per vivere, ma per il gusto e il piacere di mangiare. Senza poi tralasciare il fatto conviviale della cosa. La tavola invita e spinge i tuoi ospiti ad aprirsi, a dialogare, conversare del più e del meno, della vita, dei tuoi problemi, delle tue gioie, dei tuoi dolori.
Un buon pasto e una buona ospitalità sono alla base del tuo “successo”, o meglio, direi il piacere nell’aver fatto star bene qualcuno.
Questo per me è essere una Cesarina.
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Scritto da Una Dandy il giorno 21/03/2008 alle 20:43
Archiviato in: Storie, Tradizioni
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Guerrieri per la religione, combattenti monaci, i Templari. Rispettosi delle festività divine, come ogni buon credente, si astenevano dal mangiare le carni in Quaresima come per l’Avvento. Amanti, per cultura, dei tradizionali cibi delle Terre che solcavano. Soprattutto zuppe, polente, pesce fresco o anche affumicato. E’ a tal proposito che a loro dobbiam la pescicoltura lontana da zone di mar. La frutta spontanea veniva prediletta. Di mele, pere, noci e noccioline erano ghiotti. Ogni monaco, possedeva una ciotola di legno. Due i tipi di posate, per i pasti consueti e per le feste. Cavalieri, sergenti, e scudieri mangiavano separatamente. Due i servizi o, se vi aggrada meglio, conventi. Anche tre, nelle grandi commende, in base al numero dei fratelli. Ad ognuno un compito veniva assegnato. Quando risiedevano in zone montane, l’allevamento di pecore e capre amavano. Principalmente, per il latte con cui preparavano e stagionavano formaggi da vendere ai mercati e godere in mensa. A tal proposito c’è da dire che in refettorio un posto d’onore esisteva. Per il precettore. Mentre i primi arrivati, come i vecchi, sedevano rivolti verso il muro. Prima di mangiare la benedizione era d’uso. Tutti insieme dovevano il Pater noster recitare. Uno dei fratelli, infine, a turno, la Regola commentare. Lunghe erano, poi, le tavolate, ricoperte da tovaglie bianche. Eccetto che per il Venerdì Santo. Gli uomini di bianco vestiti tagliavano il pane da intingere nei diversi tipi di carni e verdure disposti in piatti grandi. Proibito era parlare. Per questo venivano utilizzati convenzionali gesti. Alcuno poteva alzarsi prima del commendatario, tranne in estrema necessità o per un evento particolare. Un fratello di buon grado per terra mangiava accovacciato, in segno di penitenza Regola. Al maestro spettava, però, fare la carità al penitente. Il cibo con taglio netto era diviso per destinare ai poveri non solo il riso. Posto d’onore nella tavola spettava al pane. La carne venia consumata tre volte la settimana. Pesce, uova, formaggi, legumi e verdure erano privilegiate. Come in Terrasanta tutte le precettorie queste regole rispettavano. Eccetto che per il cibo consumato. Locale, tipico e tradizionale era privilegiato. Tranne che per le spezie che dall’oriente venivano importate. Il peccato di gola era annullato con rituali e tipici alimenti che la Festa rendevano bendetta.
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Scritto da Lucia il giorno 20/03/2008 alle 00:24
Archiviato in: Ricette delle Cesarine, Tradizioni
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Come già raccontato le Puddhriche sono tipiche del periodo Pasquale. Di origine Salentina (Puglia), erano d’uso quando l’uovo di cioccolato rappresentava un lusso permesso solo a pochi. Gustate il giorno di Pasquetta, all’aria aperta, magari dopo delle escursioni nella splendida macchia mediterranea. L’uovo sodo è spaccato e accompagnato dal pane di puddhrica. Mia nonna mi ha insegnato, così come sua madre a lei, che prima di dare forma di cestino al composto, si applica con un coltello una leggera forma di croce. Come per benedire.
Ingredienti:
1 kg di farina bianca
½ kg di farina di grani antichi
1 panetto di lievito di birra
1 bicchiere di spremuta di arancia
1 bicchiere di olio extravergine di oliva
Scorza grattugiata di limone
Semi di finocchio
4 cucchiaini di sale fino
Mezzo cucchiaino di zucchero
Uova di gallina 12 + 1
Preparazione:
Lavate le 12 uova con acqua fredda e mettetele a bollire. Lasciate raffreddare. In una ciotola a parte versate ½ kg di farina bianca e la restante di grani antichi. Miscelate con un cucchiaio di legno le farine. Fate una fontanella nel centro ogni qualvolta aggiungete l’arancia spremuta e l’olio. Stando attenti a mischiare il composto. In un bicchiere a parte, sciogliete il lievito in acqua tiepida. Aggiungete i 4 cucchiaini di sale e un pizzico di zucchero. Versate nella farina insieme ai semi di finocchio. Lavorate l’impasto con le mani aggiungendo la restante farina sino ad ottenere un composto compatto. Tagliate l’impasto in dodici parti e formate dei cestini. Nel centro adagiatevi le uova sode. Lasciate lievitare per 2 ore. Prima di infornare a 180° per 30’ circa, spennellate con il tuorlo dell’uovo sbattuto con 1 cucchiaio di zucchero. Servite le Puddhriche in un cestino e gustate il giorno di Pasquetta.
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Scritto da Una Dandy il giorno 18/03/2008 alle 20:15
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Un dandy fa parte della storia di un’Italia andata e mal ridotta. Un uomo in cerca di verità e affetti. Ma come lo stesso ammette “La finezza dei cibi aiuta l’armonia mentale”. Il nutrimento passa dal cuore e giunge alla mente. Anche l’Illustre di cui vi sto per narrare ne era convinto. Al figlio del suo grande amico e cuoco fiorentino, Gaetano Picciolo, rispose telegrafico: “..Ti mando quel che vuoi ma tu mandami per telegrafo la bistecca di tre quarti che mangiammo allora insieme… stop. Abbraccio il babbo..” Alle pietanze elaborate prediligeva quelle semplici e tradizionali. Non certo per questione di prezzo. Tanto più che la sua mania di grandezza lo precedeva. Solito accompagnarsi nei banchetti, come nella vita, da belle donne. Teneva al piatto quanto all’aspetto. Così da pretendere sempre delle orchidee nel salottino dove era d’uso mangiare. Soprattutto in compagnia di madonna Eleonora Duse. Durante tutta la sua vita ha atteso sempre l’ora della colazione o del pranzo con vera gioia. Irascibile, se non prontamente servito. Questo era il dandy Gabriele, che di cognome fa D’annunzio. Amante del piacere come quello che provava quando del buon e tradizionale cibo si inebriava. Adorava la frutta, principalmente le mele, che divorava. Non disdegnava, però, il riso, la carne alla griglia, e ogni sorta di pesci. La sua grande tentazione erano i dolci: mandorle tostate, marrons glacés. Per i gelati aveva una vera mania. Se non osservato, ne mangiava sin anche più di tre. Ma la sua ineguagliabile, unica, devota passione era per Lei, la Regina delle tazze, l’afrodisiaca cioccolata. (Come quella di Z.D.)
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Scritto da Ona il giorno 17/03/2008 alle 12:23
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“No, perchè devi sapere, cara farina gialla, che se per caso mi fai i grumi succede un pasticcio e poi che figura ci faccio io…??! E voi cipolline non scurite una si e una no, mi raccomando!”. Con la coda dell’occhio mi sembra di intravedere un movimento verso il corridoio…mi giro e mi ritrovo le facce perplesse dei miei due figli maschi.
“Mamma ma ti senti bene?”
“Si, certo perchè mai?”
“No, scusa ma stavi parlando alla polenta e alle cipolle e questo non mi dirai che è normale ??!” ribatte il piccolo di 11 anni con un espressione mista di allarme e rassegnazione….
“Ma certo che parlo con la polenta e le cipolle, non lo sapete che il cibo è come le piante?! Ci vogliono amore, dedizione ed attenzione per farlo crescere, trasformare e dare il meglio di sé!”
E’ proprio così che la penso ed è proprio vero che io parlo con i miei ingredienti quando cucino…..
La mia cucina è il mio rifugio dell’anima, la mia tana, non voglio schiamazzi, telefoni che squillano, né radio accese…solo io, il mio cibo, la mia voce che mi fa compagnia e quell’alchimia che si ripete ogni volta….
E così parlare con il mio arrosto che “sboffa” nel suo sugo mi aiuta a credere che l’intensità della fiamma sia proprio quella giusta, né troppo alta, né troppa bassa, e che l’arrosto stesso me lo dimostri con i suoi “sboffi” né troppo alti, né troppo deboli…
E dire al brodo, mentre lo sto schiumando, che mi sembra proprio di un bel colore, ma che forse è meglio che vada ancora una mezzoretta perchè la consistenza non è quella che dico io….oppure che il suo profumo è perfetto… fa parte di un rituale che si rinnova tutti i lunedì mattina.
E in fondo non è vero che anche i cibi, come possono, cercano di parlare con noi? Non è con l’odore di bruciato che tentano di attirare la nostra attenzione sperando che corriamo a porre rimedio alla loro situazione…imbarazzante…?!
Cucinare mi riempie di gioia e mi fa sentire leggera: continuerò a parlare con i miei ingredienti, anche se la sera quando ho dato al mio cucciolo il bacio della buonanotte non ho potuto fare a meno di dirgli: “Gilberto però mi raccomando….se mai ti capitasse….non scrivere nel tema che la mamma parla con la polenta……”
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Scritto da Effeppi il giorno 13/03/2008 alle 23:50
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Stimolata da una assidua frequentatrice del blog, ecco qui una ricetta per una colomba pasquale casalinga facilmente eseguibile. Per chiunque volesse cimentarsi in una versione genuina di questo altro tipico dolce pasquale…
Ingredienti:
500 g. di farina
200 g. di burro
1 bicchiere di latte
6 uova
200 g. di zucchero
1/2 scorza di limone grattugiata
1 cubetto di lievito di birra ( 25g. circa)
120 g. di scorza di arancia candita
100 g. di mandorle sgusciate
50 g. di zucchero in granella
Preparazione:
Ammorbidire il lievito in mezzo bicchiere di latte tiepido e impastare con circa 100 g. di farina. Formare un panetto morbido e lasciare lievitare fino a che raddoppi il suo volume. Impastare la restante farina con 4 uova intere e due tuorli, 150 g. di zucchero, la scorza grattugiata, il burro precedentemente ammorbidito e un pizzico di sale. Aggiungere il restante latte intiepidito e il panetto che avrà raddoppiato il volume. Lavorare il tutto per una decina di minuti fino ad ottenere un impasto morbido. Lasciare lievitare ulteriormente per un paio di ore. Imburrare una teglia da colomba e versare nell’impasto le scorzette d’arancio. Lasciare riposare per una mezz’ora. Mettere in forno a 180° per circa 40 minuti.
Mischiare il restante zucchero e le due chiare rimaste senza però montarle. Spennellare la colomba con la glassa, incorporarvi le mandorle e infornare per un’altra decina di minuti.
A tutti una BUONA PASQUA!!
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Scritto da Effeppi il giorno 12/03/2008 alle 09:24
Archiviato in: Ricette delle Cesarine, Tradizioni
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Vi ho già dato la ricetta della pastiera, perché - diciamoci la verità - la domenica di Pasqua si mangia bene e abbondantemente. La Pasqua cambia di anno in anno ma le ricette restano sempre le stesse. A tavola, dunque, regna la tradizione.
Ed il tortàno, versione italiana del napoletanissimo “casatiello” è una di quelle tradizioni che vanno rigorosamente rispettate dal momento che la Pasqua stessa si nutre di tradizioni. Dire a qualcuno “i che casatiello!” vuol dire riferirsi ad una persona molto pesante, quindi non abusate nelle quantità!!
Il casatiello-tortàno è una torta pasquale salata, all’origine della parola “casatiello” vi è il termine “caso” che in napoletano vuol dire formaggio, mentre tortàno sembra quasi voler dire “torta- no”, ma il tortàno è qualcosa di molto di più. Esso è composto da un impasto di farina, lievito, strutto, formaggio, uova sode, ciccioli di maiale, salame ed anche qui come nel caso della pastiera le varianti possono essere numerose e in ogni famiglia ne esiste una versione personalizzata.
Veniamo dunque alla sua preparazione:
Ingredienti
1 kg di farina 00
2 cubetti di lievito di birra
100g di strutto
sale q.b.
pepe a piacere
Per il ripieno
400 g. di pecorino (oppure provolone piccante,o Emmental o anche un misto di formaggi)
400 g. di salame tipo Napoli
5 uova
1 teglia con il buco al centro
Preparazione
Disporre la farina a fontana, sciogliere il lievito con un po’ di acqua tiepida, aggiungere il sale, il pepe, lo strutto e tanta acqua fino ad ottenere un impasto morbido. Lavorare il tutto per una decina di minuti sbattendo la pasta sul tavolo.
Mettere a crescere la pasta per almeno un’ora in un luogo tiepido fino a quando non avrà raddoppiato il volume.
Ristendere la pasta sul tavolo con uno spessore di circa 1 centimetro avendo cura di darle una forma allungata.
Nel frattempo tagliate il salame e i formaggi a pezzetti e disponeteli sulla pasta. Arrotolate la pasta la più stretta possibile in modo che alla fine abbia la forma di un salame. Disponetela in una teglia con il buco al centro dopo averla accuratamente imburrata.
Lasciate lievitare nuovamente in un luogo tiepido.
Quando la pasta sarà nuovamente cresciuta inserite le uova in modo che risultino bene incastrate (dopo averle lavate) sulla parte superiore del tortàno.
Infornare in forno preriscaldato ad una temperatura non superiore ai 170°.
Sformare su di un piatto di portata e servirlo tiepido oppure caldo.
Ottimo come pietanza per il pic-nic del giorno di Pasquetta.
BUONA PASQUA e BUON APPETITO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
P.S. per Marco dalla Germania: probabilmente questa ricetta si avvicina molto alle “Puddriche” pugliesi che ricordi con tanta passione, come vedi la tradizione pasquale ha tante declinazioni nei diversi territori che partono da medesimi ingredienti e usanze. Magari facci sapere cosa ne pensi, e anch’io chiedo a Lucia se può darci maggiori approfondimenti sulle Puddriche…
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