La favola del Primo Maggio

Scritto da Zia Pia il giorno 30/04/2008 alle 20:39
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Cammino per strada, entro nei negozi e sento parlare del Primo Maggio. Del lungo ponte festivo. Delle code in autostrada. Il Primo Maggio? I miei nipoti mi chiedono il solito menù da scampagnata. Fave e formaggio. Guardo quei piccoli fagottini e ritengo che sia gusto spiegare loro il perché ci sia un giorno di vacanza da scuola. A parere mio, mi sembra in disuso discorrere delle tradizioni. Più bello parlare delle vacanze. Non è sbagliato. Ma un tuffo nel sapere è giusto sempre, per godere delle gioie del presente. La conquista delle 8 ore lavorative. Un diritto ottenuto a caro prezzo dai manifestanti di Chicago nel 1886. Morti, pochi giorni dopo, sotto i colpi di pistola della polizia. In Italia, solo durante il periodo fascista, la Festa del Lavoro italiano è stata anticipata al 21 aprile, facendola coincidere con il Natale di Roma. In quei giorni, io ero poco più che una bambina. Il clima di tensione era percepibile anche dai più piccoli. La mamma cercava di dividere tra tutti i componenti della famiglia i 4 baccelli di fave raccolti nel nostro giardino. Eppure quei momenti li ricordo con affetto. Un salto nel passato che mi ritorna in mente ogni volta che preparo il cestino per il Primo Maggio. Colmo di fave e pecorino freschi.

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La focaccia pugliese

Scritto da Zia Pia il giorno 28/04/2008 alle 20:46
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Un rituale sano, quanto saporito, in casa mia, è la focaccia. Un momento, per me, sempre magico e rievocativo. Trovo, anche un modo per profumare naturalmente la casa e ritrovarsi per gustare insieme un piatto della tradizione pugliese. Chiunque si sia fermato in tale terra, sa bene che i forni dei paesi producono quotidianamente tale prelibatezza, offrendola in tante forme e con diversi condimenti. La ricetta che propongo di seguito è, ovviamente, tradizione di famiglia. Una delle pietanze preparate dalle abili mani della bisnonna, che doveva soddisfare il palato di 5 figli maschi.

Ingredienti:

Per la pasta:
1 kg di farina
1 panetto di lievito
Sale q.b.
½ bicchiere di olio extravergine di oliva

Per il condimento:
1 bottiglia di salsa
1 Carota tritata
1 cipolla bianca
Tonno
2 cucchiai di capperi sottaceto
1 cucchiaino di peperoncino sottolio
½ bicchiere di vino bianco
1 uovo sodo
4 cucchiai di pecorino grattugiato
Prezzemolo
Sale q.b.

Preparazione:
In un tegame soffriggere la cipolla tagliata a julienne, la carota e il prezzemolo. Sfumare con il vino bianco. Aggiungere il tonno, i capperi, 1 cucchiaino di peperoncino sottolio, infine, la salsa. Salare, cuocere per circa 15 minuti. A parte. Versare metà farina in una terrina. Formare una fontana nel centro. Aggiungere prima l’olio. Mescolare, poi, il lievito sciolto in acqua tiepida con 4 cucchiani di sale e un pizzico di zucchero. Amalgamare l’impasto sino a renderlo compatto. Lavorarlo con un matterello lasciando uno spessore di 2 cm. Riporre il composto in una teglia rettangolare, di media grandezza, spennellata con olio, per evitare che si attacchi. Aggiungere il condimento, il pecorino e l’uovo tritato. Ricoprire con altro impasto. Cuocere in forno per circa 30 minuti a 180°. Buon Appetito.

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Quello che non han fatto i tedeschi l’ha fatto un piatto di crocetti

Scritto da Z.D. il giorno 25/04/2008 alle 08:48
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Era arrivato al paese durante la guerra, era un bell’uomo alto, i capelli scuri tirati indietro e impomatati, faceva il partigiano e aveva come nome di battaglia qualcosa come Capitan Nemo: si diceva infatti che quando passava lui non rimaneva nessun tedesco. Finita la guerra, scelse di restare per un po’ nell’ameno paesello, lo conoscevano, lo rispettavano e forse lo temevano anche. Ovviamente le ragazze del paese lo corteggiavano, anche perché le emigrazioni prima, la guerra poi avevano decimato la popolazione maschile in età di sposarsi. Lui faceva un po’ il galletto, ma non si comprometteva. ”Non mi hanno fatto fuori i tedeschi, vedi che mi faccio fare la festa da una di queste gallinelle!”, soleva dire al bar.
Nello stesso bar il signor Giovanni si fermava ogni tanto per una partita, e alle 11e un quarto cominciava a sciorinare l’elenco delle leccornie che avrebbe trovato a tavola: “Oggi la Mercedes mi ha preparato i tortelli di zucca, la zucca è quella di Campello, perché le altre sono acquose e il sugo me lo fa con la salsiccia, noi la salsiccia la facciamo in casa, mia moglie è un portento a condire i salami. Io non sono per i dolci, ma allo zabaglione non resisto, però per regola lo facciamo solo il giovedì”, oppure: ”Oggi la Giovannina mi fa gli gnocchi, a me piacciono che non si disfino nel sugo, ma che si sciolgano in bocca, la morte degli gnocchi è con i funghi, noi li secchiamo in casa e sono più profumati dei freschi “. Alle 12 meno 5 il signor Giovanni scattava per essere a tavola alle 12 in punto.
Il profluvio di leccornie che sgorgava dalle sue conversazioni cominciò ad ingenerare qualche effetto nel nostro capitan Nemo, i pasti che consumava al Bue Rosso, unico ristorante del luogo, gli sembravano monotoni e scipiti. Sentiva contro il palato la voluttà carezzevole del soufflè di spinaci con le polpettine di cervella di vitello esaltato dal signor Giovanni qualche mezz’ora prima e sperimentava la profonda discrepanza con la realtà: pollastra e neanche tanto tenera con le solite patate leggermente unticce.
Fu così che un giorno, con la stessa dose di coraggio che gli era stata necessaria per far saltare un ponte, disse al signor Giovanni: “Ma sarà poi vero tutto quello che dice della cucina di casa sua? Bisognerebbe provare e allora non ci sarebbero dubbi”. Il signor Giovanni si mostrò restio: ”Ma, non saprei, le mie donne sono molto riservate, non gli piace avere estranei per casa, noi invitiamo a pranzo solo i parenti, e poi lei è un uomo, sa come si dice? La paglia vicino al fuoco brucia”, e finì lì, lasciando capitan Nemo a bocca asciutta e al contempo con l’acquolina.
Nelle settimane successive le visite di Giovanni al bar si fecero più frequenti ed ogni volta evocava un mondo di ghiottonerie che ormai tormentavano tutti i sensi del nostro Capitano, il quale confidò la sua angoscia a don Luigi detto Crocifisso perché così lo chiamavano quando faceva il cappellano militare. Don Luigi disse: “Ad un prete non dirà di no, io glielo chiedo e verrò con te così ti sorveglio.”
Questa volta Giovanni, dopo aver preso il tempo necessario per consultare la moglie e le figlie, disse di sì. Le figlie erano tante e basse e, tolta l’Anna, zitelle (allora si diceva così, anche se nessuna aveva superato i trent’anni).
Partendo dai crocetti, tipico primo locale, il pranzo fu favoloso.
Le papille gustative di capitan Nemo avevano ormai preso il sopravvento tanto che lo spinsero a dire: “Pranzo meraviglioso, peccato che non duri in eterno”, al che Giovanni rispose: “Ancor meglio di questo sarà il pranzo di fidanzamento e durerà tutta la vita, non è vero reverendo?”. Crocifisso assentì (in fondo non gli dispiaceva vederlo sistemato con una brava ragazza…).
Ci sono situazioni alle quali anche i più valorosi combattenti devono soccombere e così fu per capitan Nemo….
Da allora in paese gira il detto: “Quello che non hanno fatto i tedeschi l’ha fatto un piatto di crocetti”.

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Perché il cibo

Scritto da Riccardo il giorno 24/04/2008 alle 07:18
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Sono nato nel 1970, mia madre aveva 21 anni, mio padre 20. Madre impacciata ma premurosa, distratta e un po’ figlia dei fiori. Mi faceva la mela schiacciata con il miele e il limone, la banana con lo zucchero, i centrifugati di carota, il passato di verdure, la minestra d’orzo col gambuccio del crudo e la crosta avanzata del formaggio. Una mamma bio, un’antesignana involontaria. Allora. Oggi impigrita e ingolosita, tra panatine Rovagnati e Quattro salti in padella, me ne decanta il sapore e la praticità. Quando le ho scovato nel frigo l’insalata Bonduelle, “prelevata”, “già tagliata”, nel “comodo involucro monoporzione in plastica” l’ho assolta per “tenerezza nella reiterazione del reato”.
Quando avevo 6, 7 anni, alla ricreazione, una carota mi guardava, e gli altri bambini mangiavano la Fiesta (un miraggio, quella all’arancia e Curacao), i Fonzies, i Ringo, l’ovetto Kinder, una sana rosetta al salame, le mani mi prudevano. Mia madre era spesso ospite della maestra, a giustificare le sue scelte “bio” e patteggiare clemenza verso il figlioletto goloso e manesco. All’epoca mangiavo il pane secco che mia madre conservava. Avevo sempre fame. Infanzia “light”. Per non parlare delle figuracce alle feste di compleanno dei miei amichetti: le mamme ospitanti erano terrorizzate dalla mia voracità. Cercavo solo cibo. In adolescenza, 7 del mattino, insalata di nervetti e cipolla rossa nelle osterie, uovo sodo. In inverno, poi, la trippa in umido o il crostone di polenta e baccalà. Sono cresciuto sano.
Ho incontrato i fornelli per necessità: Francesca arrivava a casa – parlo del ’96 – alle 10 di sera, trovando il sottoscritto, famelico, che pretendeva copiose e soddisfacenti libagioni. Francesca mi ha cosi insegnato come si cucina un uovo: fritto o sodo, chiaramente. In camicia? Roba da virtuosi, affar suo. Al supermercato prendevo uova grosse come quelle di Pasqua, “le più buone”, ripetevo con aria saccente. Dopo qualche mese siamo passati alla “teoria e pratica” del ragù, anche quello un tormentone. Mesi a mangiare ragù. Sono diventato una mucca pazza senza saperlo. Ma almeno ho capito che di fame non sarei morto.
Pausa londinese: chicken wings da KFC, fish and fries, code di gambero dopato in pasta kataifi, puntine di maiale fritte in salsa tex-mex, la stuffed crust di Pizza Hut, pub food raffazzonato. Una sera il pigiama taglia 54 non s’abbottona, 110 chili di sudore, ginocchia provate dal quotidiano trasloco. 60 Camel ad ingrassare il fiatone. 3 anni di dieta, tanta perseveranza. Montignac sul comodino al posto della Bibbia.
Il cibo richiede conoscenza dei prodotti, tecniche di cottura, rigore, la dieta insegna come imbrogliare lo stomaco, preservare l’organismo, affinare il palato.
All’inizio cucinare è stata una pruderie, una scusa, “mi rilassa”, infaticabili ronde al mercato, il banchetto di fiducia, l’occhio presuntuoso ma (lentamente) più capace. I primi sapori molto maschili: scopri l’aceto balsamico, piova ovunque. La senape? Sta bene con tutto. La salsa di soia? Quanto mi sento “fusion”.
Poi scelta più consapevole, umile, dedicata, degradante, una cucina pastello. Pierangelini la definirebbe “femminile”, rispettosamente non concordo.
La cucina nasce con i produttori. Fatta la spesa, il resto è esercizio, intuizione, dedizione. Pratica gratificante, ironica, metodica. Ma non confondiamo la forma e la sostanza.
Vuoi prendere qualcuno per la gola? Bene. Vuoi essere un filosofo, un astronauta, un visionario ai fornelli? Certo. Sei un ballerino che in coppia crede di dettare la danza? Forse è il contrario, è la musica che muove i tuoi piedi. Così è come ne vivo l’essenza. La Bilancia è segno di armonia, equilibrio. Cerco quindi, in astrale coerenza, il piacere della testa e la gratificazione dello stomaco. Pensare al cibo, di cibo? Materia plasmabile ed autonoma, viva e inerte, solare e docile, entusiasta e orgogliosa.
La cucina ha molto da insegnare. Ritengo sia importante contribuire a coltivare le sensibilità delle persone affinché abbiano il piacere di apprezzare la ricchezza di prospettive e di significati che la cucina regala. Consumare cibo è l’atto finale, e solo uno dei tanti.

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La marquise al cioccolato

Scritto da Effeppi il giorno 22/04/2008 alle 15:29
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Quello che sto per presentarvi è un tipico dolce francese il cui nome è dovuto sicuramente alla sua presentazione raffinata: marquise in francese vuol dire marchesa e chissà quali nobili origini può vantare questo dolce!!!
Si tratta di un dessert freddo, un misto fra una mousse ed un semifreddo a base di cioccolato, burro, uova e zucchero, successivamente messo in una forma tonda o rettangolare e poi sformato e servito tagliato a fette da solo oppure con un accompagnamento di panna montata.
Si tratta di una preparazione di grande effetto ma di facile realizzazione.

Ingredienti per 6 persone:
350 g. di cioccolato fondente di buona qualita’
175 g. di burro
100 g. di zucchero in polvere
4 uova
200 g. di panna
30 g. di zucchero in polvere

Preparazione:
Fare sciogliere il cioccolato a bagnomaria aggiungendo un cucchiaio di acqua.
Nel frattempo lavorare il burro con lo zucchero in polvere. Quando è diventato morbido come una crema, aggiungere il cioccolato fuso e poi uno ad uno i gialli d’uovo e mischiare delicatamente. Montare i bianchi a neve molto ferma e incorporarli al composto avendo cura di rimestare dal basso verso l’alto in modo da non smontare i bianchi.
Imburrare un recipiente con il buco al centro o una forma rettangolare.
Riempire con il composto e mettere in frigo per almeno una notte.
Montare 200 g. di panna con 30 g. di zucchero a velo, sformare immergendo il recipiente per un attimo in acqua bollente, mettere su di un piatto di portata e servire con la panna al centro.

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I contadini

Scritto da Una Dandy il giorno 21/04/2008 alle 13:47
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Gente allegra, dinamica e in contatto perpetuo con la natura. Capaci di godere dei frutti terreni e di ciò che li circonda. Semplici nei gusti ma arguti osservatori. Rispettosi di tradizioni e festività, che rappresentano per loro motivo di unione e condivisione. Soprattutto, di cibo e vivande, che offrono a volontà. Amicizia e riguardo son fondamentali. Le variabili delle stagioni eccezionali. Principalmente, per la raccolta di cibi speciali. Convinti che ogni primizia infonda loro forza e virilità. Desiderosi di condividere, in devozione, i propri raccolti, con le persone di riguardo ed i rappresentanti della Divinità. Da commensali non sfuggono la ritualità. A capotavola il padrone di casa è intento il pane a tagliare. Alla sua destra siede la moglie, impegnata a ripartire le parti. I posti restanti sono destinati agli altri componenti della casa. In ordine di importanza: nonni, zii anziani, giovani e ragazzi. Durante feste, quali battesimi, comunioni o matrimoni, ciascuno conosce il regalo da offrire e il posto in cui a tavola dovrà sedere. Durante un battesimo, la madrina, sa bene come deve vestire e gli obblighi morali da attendere. Gli ospiti portano regali prestabiliti. Il menù del pranzo è fissato. Soprattutto, per non innescare una gara che costringa, in futuro, altri festeggiati a fare di più. Le faccende son suddivise, in relazione al ruolo occupato nella famiglia. Alla massaia spetta fare il pane, mentre, all’anziana in salute, il bucato. La regola importante da seguitare si fonda sulla credenza che per benedizione il cibo messo in tavola deve essere almeno assaggiato. Gli alimenti divengono, in tal modo, portatori di armonia e buona sorte. Governa la convinzione che per essere curativi, i frutti, devono essere raccolti in un determinato periodo dell’anno, essenzialmente, durante la festa di un Santo. Questa è la comunità dei sani, detti contadini, che i cibi della terra hanno reso un vanto.

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La pasta di mandorla

Scritto da Lucia il giorno 17/04/2008 alle 20:08
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Un giorno della mia vita di tanti anni fa è avvenuto un incontro speciale. Di gusto. Entusiasmante. Ho conosciuto la pasta di mandorla. Una lavorazione della mandorla tipicamente del Sud d’Italia. Tanti i procedimenti e le versioni proposte. Personalmente, sono rimasta estasiata da quella leccese. Probabilmente, perché come il primo Amore non si scorda mai. Il primo morso diviene indimenticabile, così che tutti i cattivi pensieri svaniscono d’incanto. Un dolce che nella tradizione salentina viene proposto principalmente per il periodo di Pasqua. Ma anche per l’intero arco di maturazione della mandorla dolce. Tante le forme e i decori impressi. Di agnello, tipico delle Feste, al Pesce per i periodi importanti della primavera. Delizia usata per arricchire una tavola domenicale. Le suore benedettine sono maestre di questa ricetta. Loro cuociono lo zucchero a parte. Mia mamma nella sua cucina, come ora io, usiamo una ricetta più semplice ma altrettanto gustosa. Tipica della zona salentina in cui viviamo. Ricorrendo alle mandorle con la buccia.

Ingredienti:
1 kg di mandorle
700 gr di zucchero
Chicchi di cioccolata (per la decorazione)
Uno stampo di rame
1 vasetto di marmellata
Burro

Preparazione:
Sbollentate le mandorle in una pentola ricolma di acqua. Pulite dalla buccia. Lasciate riposare la notte in uno scolapasta con della scorza di limone. La mattina. Utilizzando un robot da cucina, mettete le mandorle intere con lo zucchero e tritate. Effettuate più volte l’operazione fino ad ottenere un composto omogeneo. Imburrate lo stampo di rame. Agitarlo con dello zucchero, togliendo l’eccesso. Adagiate una parte dell’impasto. Aggiungete marmellata di frutta dolce. Coprite con il restante impasto. Decorate con chicchi di cioccolata gli occhi. Lasciate riposare 10 minuti. Versate in un piatto di portata e gustate, gustate, gustate.

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Aprirsi agli altri

Scritto da Ona il giorno 16/04/2008 alle 09:44
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Viviamo sempre più in un piccolo mondo fatto dalla nostra famiglia, pochi amici selezionati, qualche collega di lavoro… e la cerchia è sempre quella e neppure ci accorgiamo più che nulla cambia, anzi, questa continuità, questa mancanza di cambiamento, ci rassicura. Ci trinceriamo dietro al “Pochi amici ma buoni”, al “La famiglia è fondamentale”, al “Ho poco tempo, devo essere selettivo…” tutti pensieri pieni di buon senso, di logica… ma il cuore dove l’abbiamo messo?
L’abbiamo ingabbiato, imbrigliato: tendiamo a non fidarci, a volte con ragione, di chi non conosciamo, a rimanere ognuno sulle proprie… e ci perdiamo così, irrimediabilmente, il gusto dello scambio con chi non fa parte del nostro “giro” e quindi  non è ben compatibile e/o simile a noi…
E’ per questo che considero l’esperienza della Cesarina unica e speciale.
Finalmente apriamo la nostra casa a persone nuove, a volte molto diverse da noi, spesso lontanissime per provenienza e cultura: tutte le volte si apre la porta di casa e una nuova avventura comincia.
E’ stimolante, arricchente, per noi e per la nostra famiglia: ci proietta verso il mondo vero, quello che sta al di fuori dal nostro piccolo giardinetto, quello che ancora può essere ricco di insegnamenti, di spunti di riflessione… quello che può aiutarci a progredire meglio nella strada che stiamo percorrendo.
Questa sera sarà la mia serata da Cesarina e sto cucinando: l’antipasto, i contorni e il dolce sono pronti. Il pane sta lievitando e l’arrosto è sul fuoco. Per il risotto è presto ancora e quindi mi sono fermata un attimo e ho voluto condividere con tutti voi le mie emozioni, la mia tranquilla consapevolezza che anche questa cena sarà…”illuminante” e che questa sera quando ce ne andremo a nanna, saremo tutti un poco più ricchi.
Meno male che esiste ancora qualcuno che ha il coraggio e l’intelligenza di mettersi in gioco e proporre progetti come questo: questo che ci dà la possibilità di raccogliere serenamente una sfida, di misurarci con grande disponibilità e di essere un poco migliori….
E tutto ciò, devo ammettere, ora mi regala molta più sicurezza di quanto mi potesse dare il mio piccolo, caldo, prevedibile, insostituibile giardinetto privato.

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Un dandy moderno

Scritto da Una Dandy il giorno 14/04/2008 alle 21:17
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Un viaggio nei ricordi. Quaranta gradi all’ombra. Un blu intenso all’orizzonte. Il mare della mia splendida terra, il Salento. La sabbia è così calda da bruciare i piedi scalzi che la percorrono. Solo dieci anni fa era libera e non un piccolo miraggio tra le decine di lidi a pagamento. Eppure, continua ad essere sempre bello. Le solite famiglie. I tanti ricordi. La zia che cucinava per noi. Piatti semplici della tradizione estiva leccese. I pasticiotti caldi per colazione e le friseddhre cu legghiu. Mini frise cotte nel piccolo forno a legna del mio giardino. Un inebriante profumo di pomodori e timo. Mangiati stando tutti insieme…amici… che giocano a “1 2 3 stella”, che ammirano la costellazione, costruendo immaginari mondi. Poi, si cresce. C’è chi cerca di far parte del firmamento terreno. Le solite passeggiate sul bagnasciuga o la corsetta di quel ragazzo dal costume bianco, in continuo esercizio fisico, ritornano ad essere semplici nostalgie. Finché, un giorno seduti nel chiosco in riva al mare, a gustare il tipico gelato pasticiotto, la televisione, a cui è stato tolto il volume, trasmette delle immagini. Individuo quel viso. E’ lì seduto insieme ad altri a corteggiare delle donne. Ora tutti lo conoscono come Giovannino. Ma per me rimarrà sempre il ragazzo dagli slip bianchi, dell’ombrellone accanto, che mi chiedeva il salentino tarallino.

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Il rispetto delle tradizioni

Scritto da Desdemona e Ippazio il giorno 11/04/2008 alle 14:45
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In attesa che il bel libro sulle Cesarine arrivi ad includere anche noi, pugliesi del profondo tacco, approfittiamo di questo blog per raccontarvi un po’ di noi, della nostra tavola e delle tradizioni che le stanno intorno. Sottolineo il connubio “tavola e tradizioni” perché, se è vero che si tratta in generale di un connubio consolidato (e la vostra Associazione ben lo dimostra!) lo è ancor di più tra le nostre mura domestiche. Infatti, chiunque sia venuto in casa nostra (e sono stati davvero tanti e di tante diverse provenienze gli ospiti graditi di questi anni) a degustare le specialità tipiche salentine preparate dalle mani di Desdemona (Cesarina di casa) ha avuto modo di “assaporare” anche i racconti sulle tradizioni della nostra terra, raccolte in diversi libri da Ippazio (marito della suddetta Cesarina).
Si tratta di storie di vita di chi ha sofferto la fame in tempi di guerra e ha lottato contro i “patruni” feudatari; della suocera che di prima mattina/con la scusa del caffè controllava/la verginità della nuora che la beffava/facendogli vedere sangue di gallina; del bucato con la “lissia”/perchè non si avea sapone per lavare/i panni sporchi da riportare/ai trappitari che stavan via; della gente che se ne “fuscia”/perchè non aveva soldi per sposarsi/per poi al ritorno ritrovarsi/molto spesso in mezzo ad una via.
Semplici storie di tutti i giorni, eppure straordinarie. Storie che si sono tramandate sino a noi soprattutto grazie al cibo, povero eppur succulento anch’esso, intorno al quale sorgono oggi sagre popolari che attirano in Salento turisti da tutto il mondo, impegnati non solo a mangiare ma anche, giovani e anziani insieme, a dimenarsi al ritmo della pizzica e dei canti legati alla terra e ai suoi frutti.
E proprio a proposito di saggezza popolare, volevamo far i complimenti a questo progetto perché riporta in auge, in maniera sobria, le tradizioni e la storia. La storia che si può raccontare in mille modi: ci sono i grandi eroi e i piccoli uomini e donne che passano inosservati ai più, anche se ciò non significa che siano meno valorosi; ci sono i maestosi palazzi dei signori feudatari e le antiche e minuscole casette di pietra, i celebri poemi classici e le semplici storie di tutti i giorni, i fatti quotidiani, i “cunti”, gli aneddoti, le favole. Tutto ciò che, messo assieme, dà forma alla saggezza popolare, tramandata di bocca in bocca, di generazione in generazione.
Vi salutiamo condividendo con voi la nobile speranza che il rispetto delle tradizioni/in questo mondo di gente affannata/può servire a rinsaldar le unioni/prendendo il meglio della storia passata.
E se di storia passata e tradizioni salentine ne avete proprio voglia, ci son sempre i nostri libri («I nostri padri e i nostri nonni» e anche «Tradizioni e giochi (dimenticati) del basso Salento»). Inviateci magari una mail a pazio2002@libero.it, chissà che da cosa non nasca cosa!

Desdemona e Ippazio (Cesarini salentini)

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