Scritto da Doc il giorno 30/05/2008 alle 14:05
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Ecco che timidamente il sole allunga i suoi raggi sul nostro emisfero. Passeggiare all’aria aperta è una delle prime attività della maggior parte di noi. Gli stacanovisti del footing si ripopolano. Le escursioni tra i verdi boschi, ricchi di leggera aria pulita, le camminate in riva al mare, tanto salutari per la circolazione, aumentano il senso di fame. Le vacanze, per moli studenti, sono vicine. Il loro buon umore è contagioso. Aumentano le serate di incontri tra amici. Davanti ad un buon piatto estivo. Sì, ma quale? Cosa preparare senza appesantirsi e rimanere in forma? Una ricetta che mio nonno pugliese, amante del ciclismo, di Coppi, come del buon cibo, preparava sono le “friseddhre” o meglio friselle con pomodoro e olio. Veloci, facili e leggere. “A tavola non si invecchia”, non credete?
Ingredienti (per 2 persone)
2 Friselle ( Ne esistono di vario tipo. Alte, come le salentine o schiacciate e larghe come le calabresi. Di grano tenero o duro e di orzo. Si trovano in qualsiasi negozio alimentare)
Pomodori
Origano (oppure rucola)
Olive nere
Sale
Olio extravergine di oliva
Capperi
Preparazione
Bagnare la frisella, per un minuto, sotto l’acqua corrente (se potabile). In modo che non si ammorbidisca eccessivamente. Lavare a parte i pomodori. Tagliarli a pezzettini e riporli in un piatto. Condire con sale, olio, capperi e origano. In un piatto di portata, adagiare le friselle e condire con il pomodoro. Si può sostituire l’origano con la rucola, in base ai gusti. Adagiare un cucchiaio di olive nere e buon appetito…
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Scritto da Riccardo il giorno 28/05/2008 alle 09:11
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Torno sempre a Parigi con piacere, anche se poi non riesco a starci a lungo. Un amore contrastato, capriccioso. Sto preparando le valigie per venerdì. La sobria eleganza di Bofinger, la Brasserie Lipp, i profumi ebraici del Marais, le taverne savoiarde della Contrescarpe, gestioni familiari di formaggi, agnello, salumi, quattro tavoli per delle tajine memorabili, mercati rionali con astici blu della Bretagna che danzano sul ghiaccio.
Gli esperti del settore dicono che in fatto di cucina Londra rimanga inarrivabile, di gran lunga la migliore , ma si sa, Parigi è sempre Parigi. Ultimamente è in voga la “bistronomie”: una bella idea, e tanto buon senso. Il discorso nasce dalla cuisine du marché di Bocuse (si cucina con quel che le stagioni e il mercato offrono), si aggiunge il piacere di un menù spartano ma sempre vario e a prezzi contenuti - la cucina da bistrò - e il gioco è fatto. La bistronomie va molto bene: ottimi cuochi stufi della cucina élitaria, inarrivabile, monotona, si divertono con quel che trovano, mescolano fantasia e tradizione, intuizione e sapienza. Una cucina democratica anche per il portafoglio. Una cucina che può restituire al cibo un senso gaudente, il cibo come occasione per stare insieme. In Italia questo calore lo evochiamo con la trattoria - ma ne esistono ancora? -, l’osteria - fantastico cibo da strada, ma chi lo fa più con passione? -, e comunque non voglio eccedere nelle provocazioni, anche da noi quel calore esiste, e resiste. Ma ciò che è autentico avrebbe bisogno di ben altra dignità, non stiamo mica parlando di una riserva indiana, posti da individuare ai margini delle città… “Al ferro di cavallo”, in via Venezia, a Palermo, ce l’ho ancora nel cuore. Nel centro di una città. Per come la vedo io è questione di disinvoltura, sia in quello che spendi, sia nell’accettare una proposta che porta con sé una sorpresa, una piccola scoperta. Vado alla scoperta… del buon senso.
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Scritto da Doc il giorno 24/05/2008 alle 17:07
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Le belle giornate faticano ancora a fare il proprio ingresso. Eppure, sono convinto che il caldo arriverà a breve. Come ogni anno d’altronde. Una certezza di cui quasi tutti sono consapevoli. Uscendo per le strade i commenti si sprecano sulla necessità di ritornare in forma prima della prova costume. Quanto affanno. Gli specialisti dell’alimentazione insistono sui disastri che producono le diete fai da te e sui danni provocati dalle privazioni suggerite da alcune diete drastiche. Certo i modelli da seguire sono accattivanti. Ma la salute è importante. Il cibo non è fatica ma piacere. E’ necessario trovare il giusto equilibrio tra mente e corpo. Lo sa bene chi fatica a perdere i chili, che siano pochi o tanti, in un ciclo ampio di tempo. L’immediato, dunque, in una sana ed equilibrata dieta, non esiste. Il suggerimento è di riscoprire il giusto equilibro a tavola. Riproporci capaci di gustare sapori tipici e tradizionali. Ho letto considerazioni che mi piacerebbe condividere e che personalmente mi hanno fatto riflettere: “E’ mai possibile che, per stare in salute e vivere a lungo, bisogna escludere dalla propria alimentazione una serie di cose buone, forse addirittura le cose più buone? (…) Mangiare non significa solo nutrirsi, ma comunicare, stare insieme e riproporre simbolicamente i punti fermi della propri società” (G.B. Cavassini, E. Di Nallo – La dieta Padana). Ho cercato tra i ricettari di famiglia per illustrare la preparazione di alcune pietanze semplici e leggere, adatte per questo periodo, in cui si dovrebbe mangiare leggero e bere tanto. Per scoprirsi in serenità al sole estivo, giusto?
INSALATA DI PARMIGIANO, FUNGHI E SPINACI
Ingredienti (2 persone):
Funghi freschi gr. 300
Cuori di spinaci freschi
Parmigiano a scaglie gr. 100
Olio extravergine di oliva gr. 20 (circa 2 cucchiai)
Sale e pepe
Preparazione:
Mondate i funghi, lavateli, asciugateli e tagliateli a fettine sottili. Pulire i cuori di spinaci freschi. Distribuite sul piatto di portata i funghi e gli spinaci, salate, pepate, irrorate con olio extravergine di oliva e ricoprite con scagliette di parmigiano.
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Scritto da Ona il giorno 23/05/2008 alle 10:38
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Oggi è il mio giorno da Cesarina, un momento sempre speciale, cucino per qualcuno che ha scelto di provare la mia tavola perché crede nella tradizione della cucina italiana: qualcuno che, anche se non conosco ancora, mi sta già simpatico per questo.
Il mio menù è sempre lo stesso e per questo mi sembra che le stesse sensazioni siano lì ad attendermi ogni volta, come delle vecchie amiche ritrovate, come se la magia del menù si ricostruisse.
E’ stato un anno ricco, ricchissimo, sfogliando il libro degli ospiti me ne accorgo e mi ritorna in mente quella scrittrice di Chicago, così interessante ed impegnata, quell’italoamericano che ha voluto assolutamente affiancarmi in cucina davanti al risotto in cottura, perché questo gli ricordava quando era piccolo…, quell’inglese all’inizio così serio e compìto e alla fine così rilassato e divertito…
Piccole storie, come dei fotogrammi, delle tessere di un puzzle che sono entrate a fare parte della nostra vita familiare, del nostro vissuto, della nostra esperienza.
Da fine mese sono in vacanza: tre mesi in cui mi dedico solo alla mia famiglia e a me stessa: non negoziabili. Ne sono felice, come tutti gli anni, ma chissà come, chissà perché, oggi mi sento un po’ malinconica….mi dispiace l’idea di questa pausa….quasi quasi in campagna invito i miei genitori, cucino il solito menù e faccio la finta Cesarina….chissà…forse per un mese o due potrebbe funzionare…solo fino a settembre, quando ricomincierà questa splendida avventura….! Buone vacanze a tutti.
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Scritto da Ronnie il giorno 20/05/2008 alle 13:56
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E’ la prima volta che scrivo qualcosa sul blog (e lo faccio con piacere per accontentare i visitatori del sito di Home Food che hanno richiesto la ricetta del friggione, in particolare Stefano), mi presento: sono la Cesarina Ronnie, bolognese doc anche se – confesso – non proprio di nascita. Ma da molti anni ho adottato (o sono stata adottata?…) la più schietta tradizione cucinaria della città felsinea in cui sono cresciuta e in cui tuttora risiedo. Mi si dice che sono una persona schietta e diretta, e a pensarci bene schietta e diretta lo sono anche in cucina. Non sono fanatica di manuali e ricettari, cucino quasi d’impulso (un impulso pieno d’amore) come faceva la Dada Fernanda che è stata in casa mia per anni e dalla quale, spiandola, ho appreso le ricette ma soprattutto i segreti per stare dietro ai fornelli. E il friggione è una di quelle preparazioni che ho imparato da lei, perché non mancava mai sulla nostra tavola ad accompagnare i secondi tanto dei giorni di festa quanto delle cene tra pochi intimi. Per anni ho riprodotto quanto faceva la Dada Fernanda, per me unica maestra della tradizione in cucina. Il suo friggione, a volte nella versione corretta con l’aggiunta di peperoni gialli e rossi (ma mai in questi casi ufficialmente presentato come friggione perché in effetti friggione non era!), era ed è per una delle ricette più spontanee ed immediate da offrire agli ospiti. Poi cosa scopro? Che questa ricetta è da qualche anno persino depositata alla Camera di Commercio di Bologna tra le ricette tipiche! E questo non può che farmi apprezzare ancora di più e ricordare con maggiore affetto la Dada, che ai miei occhi oggi appare quindi come la prima vera depositaria della tradizione cucinaria entrata nella mia vita. La ricetta, datata 1886 e depositata il 26 gennaio 2004, è uguale a quella della mia Dada e, quindi, anche a quella che io continuo a riproporre ai miei ospiti come accompagnamento a deliziosi bocconcini di maiale bianco leggermente infarinato.
Prevede come ingredienti: 4 kg di cipolle bianche, 300 gr. di pomodori pelati freschi, 1 cucchiaino di zucchero, 1 cucchiaino di sale grosso e 2 cucchiaini di strutto.
Questo il procedimento (come recita il testo depositato): “Affettare molto finemente la cipolla e lasciarla almeno due ore a macerare con il sale e con lo zucchero. In un tegame rigorosamente di alluminio versare la cipolla con l’acqua che avrà fatto, lo strutto ed a fuoco lentissimo cuocere girando con un mestolo di legno fino a che avrà un color nocciola, facendo sì non si attacchi mai; ci vorranno due ore circa. Aggiungere alla cipolla i pomodori tagliati a pezzettini e seguitare a girare ancora per un ora un ora e mezzo onde terminare la cottura. Quando lo strutto farà delle bollicine rosate e la cipolla con il pomodoro sarà una crema, il friggione sarà pronto.”
Un’ultima nota mia: nonostante il nome evochi qualcosa di abbastanza “pesantuccio”, in realtà il friggione risulta essere un delicato e fresco contorno se ci si premura di non renderlo un tripudio di olio e soffritto… Buon appetito!
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Scritto da Riccardo il giorno 17/05/2008 alle 10:36
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Lo so, sto per dire una banalità, ma non ho mai capito in cosa consista di preciso la cucina internazionale. Nelle mie esperienze l’ho, mio malgrado, associata ad una imitazione (in genere, mal riuscita) di piatti nazionali conditi da contesti fuori luogo, materie prime improbabili, presentazioni “da mensa”. Una pizza in Inghilterra, gli spaghetti in Germania, un caffè in Francia (non impareranno mai) e amenità di questo genere. E quanti italiani in gita all’estero si immolano nostalgici di golosità tradita: ricordo mio padre alle prese con una cassoeula a Zurigo a ferragosto, cinque del pomeriggio (alle sette chiudevano il ristorante)…
Eppure la cara Egeria ha ragione quando afferma che una “cucina internazionale da albergo” è spesso preferibile a rischiosi piatti locali carichi di spezie, aromi a noi non usuali, aglio, peperoncino a profusione e cosi via. Meglio una cucina internazionale lineare, di quelle dove anche un cuoco inetto può sbagliare troppo poco per sbagliare davvero. Un salmone alla piastra e delle patate al forno possono salvare una vacanza.
Scrivo di questo perche sono appena tornato da Dubai: è un posto incredibile. Cosi incredibile, anche dopo averlo visto, che raccontarlo continua a non essere facile. Per architetti e ingegneri è un parco giochi a cielo aperto, ogni cosa immensa, grandiosa, all’avanguardia c’è, è lì. In questa stagione - umidità oltre il 90% - le temperature oscillano tra i 33 ed i 45/48 gradi. Grattacieli che mangiano il deserto, una ricchezza inimmaginabile. I padroni di casa gente concreta, lucidi, lungimiranti, intelligenti, visionari. Comprano solo il meglio di tutto, invero senza ignoranza, preparati, acuti, determinati.
Parlare di cucina del luogo quando lo chef del nostro hotel - altoatesino - gestisce 3/4mila coperti a pasto non è facile; in aggiunta, l’85% dei residenti è straniero, quindi il percorso è segnato. Cucina internazionale dicevo, cucina di singole nazioni (India, Giappone, Cina, Libano, Turchia, Francia) ben eseguita, senza forzature, morbida, materie prime d’eccellenza. Quel di autenticamente locale: jogurt, formaggio fresco di capra, cipolla, melanzane, cetrioli, frutta secca, gamberi giganti, un pane morbido e quasi trasparente, un infuso freddo di limone e menta.
Come souvenir mi sono regalato “The middle eastern Kitchen” (di Ghillie Basan, ed. Kyle Cathie): è un bel libro, parla di ricette partendo dai singoli ingredienti, mostrando confronti tra differenti abitudini, spiegando come nascono gli abbinamenti a seconda della cultura, delle tradizioni, dei paesi. Le ricette come sommatoria di storia, cultura, identità, un percorso dal basso (quando, in realtà, è la materia prima il punto più alto).
Lo ammetto: in quest’occasione sono stato un turista internazionale fortunato. Ho assaggiato un ampio campionario mondiale senza sbavature, certo, addomesticato, ma va bene così. Penso al paradosso dei tedeschi che accorrono in estate alla mia città natale per assistere all’opera: abito di gala, quaranta gradi, attese sul piazzale col porfido che li surriscalda. Arrivano per mettersi in fila dopo cene (alle cinque di pomeriggio) che la loro “cucina internazionale all’inverso” impone: improbabili pizze della casa (con pancetta, peperoni, gorgonzola, cozze e uovo) su cui hanno rovesciato i preziosi tagliolini ” a la bolognaise”. Un concentrato di internazional-globalizzazione culinaria (perdonatemi la lungaggine!) che mi suona quasi ingenua. E disarmante.
Bene, sono tornato a casa e mi sento patriottico. Certo, aperto al mondo e alle sue culture, ma quel legame affettivo con i nostri cibi è ben più di una consolazione.
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Scritto da Zia Pia il giorno 15/05/2008 alle 22:06
Archiviato in: Ricette delle Cesarine, Tradizioni
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Una casa fatta da tre stanze in fila. Nella prima le mie due sorelle più grandi cucivano il loro corredo. Nel mezzo la stanza da letto. Poi, la cucina. Un grande camino bianco sulla sinistra della stanza serviva a varie funzioni. Per riscaldare l’abitazione, cuocere il pane o recuperare la cenere per il braciere. Un tavolo di legno, lavorato da un artigiano del paese quando i miei genitori alla fine del 1800 si sono sposati, era posto al centro. Una credenza color verde antico a destra. Nella vetrinetta, oltre il piccolo servizio di bicchieri e piatti avuti in dono il giorno del matrimonio, dei liquori conservati per gli ospiti. Il Rosolio, la Strega, il Conviviale. Dalla porta che dava sul giardino si potevano ammirare gli alberi di nespolo. Quanta luce che entrava dal finestrone in alto. Il venerdì noi sorelle dovevamo alzarci presto. La mamma comprava dalla bottega di Adalgisa, vicino casa, un sacco di farina. Riscaldava nel calderone l’acqua. Piegava la tovaglia di piché che adornava la tavola. Lavorata dalle sue abili mani. Puliva. Versava la farina e vi faceva come una fontanella. Vi versava dell’acqua tiepida. Stemperava l’impasto sino ad ottenere un composto compatto che, poi, tirava facendo tanti piccoli fuscelli. A tal punto, mia madre ed io, con l’aiuto del pollice, giravamo la pasta nel senso opposto. Dando la forma di orecchiette. Con un ferro stretto, le mie sorelle, invece, facevano i maccheroncini. Infine, per mio padre si preparavano le “sagne ricce”, così chiamate in dialetto. Più lunghe e arrotolate su se stesse. La pasta veniva, infine, riposta su uno strofinaccio bianco, opera di mia nonna al telaio. La si cospargeva di farina e lasciava seccare per due giorni. Per evitare che si posassero insetti, si copriva con una retina. La domenica il pranzo era atteso da noi tutti. La mamma preparava in un calderone i ceci. Soffriggendo un’intera cipolla, i legumi lasciati a mollo la sera prima e del prezzemolo. Per me, che come molte bimbe, non amavo i legumi, gustavo la pasta fatta in casa con del sugo di basilico, su cui grattugiavo del formaggio ricotta. Che delizia.
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Scritto da Lucia il giorno 12/05/2008 alle 12:07
Archiviato in: Iniziative, Pensieri
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Che bella domenica trascorsa all’aria aperta. Nell’incantevole verde dei Giardini Margherita di Bologna. Quando mi hanno proposto di fare parte dello staff delle Cesarine, non avrei pensato di incontrare così tanta gente. Di qualsiasi età. Nonostante i tanti eventi della giornata, come ad esempio le Prime Comunioni. Molti dei visitatori hanno scelto di interagire con le Cesarine attraverso questo strumento. Un modo ludico per comunicare, scambiare tradizioni e ricette tipiche. Uno strumento per stare insieme dietro i fornelli. Di impastare e preparare anche per scaricare le tensioni della vita. Adorando la propria tavola con i colori incantevoli della natura. Una delle Cesarine, Luisa, mi ha insegnato come l’arte del cucinare serva anche per comunicare la gioia ed il piacere del gusto. Dei momenti felici. Di eventi speciali. Lei che una volta ha allestito un banchetto di matrimonio, su richiesta della sua amica. Venti invitati. Pochi ma giusti. Un menù preparato con Amore, seguendo le antiche e tipiche tradizioni, per una giornata tanto speciale.
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Scritto da Lucia il giorno 07/05/2008 alle 14:33
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Tema: “Il giorno della festa della mamma”. E’ il ricordo più stretto che mi lega a questo evento. Quando la maestra delle scuole elementari ci faceva svolgere una composizione di due paginette da leggere alla mamma per la sua festa. Il regalo, poi, diventava un momento eccezionale. Una delle mie cugine, più grande di 10 anni, faceva preparare, a mio fratello e me, dei pensierini fatti artigianalmente in casa. I più graditi, ribatteva mia madre. Che sosteneva quanto importante fosse la dimostrazione d’Amore nell’impegno del progetto. Il pranzo era rigorosamente preparato da noi figli. Con l’aiuto di una zia signorina. Di rigore la pasta fatta in casa. Impastata due giorni prima, in modo da farla ben seccare. Credo che sia importante per i bambini condividere questi momenti come culto e gioco, bagaglio indelebile nella memoria. Ricordi cari. Un modo per stare insieme. Infondo, la festa è celebrata nel periodo dell’anno in cui il passaggio dal freddo e statico inverno al pieno dell’estate dei profumi e dei colori (della prosperità per le antiche civiltà contadine) è più evidente. Per questo credo che cercare di divertirsi con i propri figli sia il modo migliore per trascorrere tale giornata. Perché non approfittare, mi son detta, dei giochi organizzati dalle Cesarine ai Giardini Margherita di Bologna, sabato 10 e domenica 11 maggio, per “Giardini e Terrazzi”. Stare insieme, divertendosi. Un’occasione per ricordare il modo in cui la Festa è stata concepita. In Italia, infatti, la Festa della Mamma è stata celebrata per la prima volta nel 1957 da don Otello Migliosi ad Assisi, nel piccolo borgo di Tordibetto, di cui era parroco. Migliosi la celebrò la seconda domenica di Maggio. Così è rimasta nella tradizione.
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Scritto da Riccardo il giorno 05/05/2008 alle 14:15
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Ogni percorso nasce per le ragioni più svariate. Così anche per la cucina. Fame, caso, abitudine, “a casa mia si faceva così”, passione autentica. Mia moglie, ad esempio, ha con la cucina un rapporto giocoso: da bambina “aiutava” sua nonna a fare in casa il pane carasau (mani sapientissime, un compasso nei polsi), le panatine ripiene di agnello e carciofi, le zippole di San Giuseppe, la crostata alle arance. Un bacio a nonna Vittoria. Una cucina di sapienza dimenticata nel tempo, ore lunghe, il suo silenzio liturgico a pregustare l’entusiasmo goloso dei parenti che l’avrebbero coperta di complimenti.
Per molti la cucina è uno dei primi giochi con gli adulti, e un modo per assorbire tradizione, identità, manualità; per molte donne (con anche i limiti che ne derivano), la prima attribuzione di un ruolo familiare e sociale.
Mia nonna, mezza austriaca, aveva pochi (ma buoni) cavalli di battaglia: i canederli (avevo un debole per quelli di fegato), la torta di erbe (dolce, ma fatta con le coste, per il patrono di San Giustino, il suo paese), i galani (chiacchiere con un profumo di grappa), la torta di carote, lo strudel. Mia madre il bollito alla veneta (con salsa verde e pearà), le trippe in umido, la crema pasticcera per il pandoro.
Ma entrambe cuoche per abitudine/necessità forzosa, non per autentica passione. Penso che abbiano vissuto con fastidio il percorso di “essere donne e quindi di dover cucinare”. Torniamo al percorso che vi raccontavo giorni fa. Man mano che mi avvicinavo alla cucina ho avuto tipiche pulsioni maschili: dovevo avere tutti i giochi che servono. “Giochi”, una montagna di gadget inutili. Tutto doveva essere WMF, e dovevo avere l’intera brochurina, modello Albo di figurine Panini. Le triplo fondo Zani e Zani, qualcosina di Alessi, coltelli Alexander, e, perchè no, anche tovaglie Jacquard Francais… “Che mi servono”: certo, quando un uomo scopre una cosa nuova, è come se questa meravigliosa scoperta fosse stata catapultata dall’ipespazio sotto il suo naso, l’unico capace di capire, Giulio Cesare, Napoleone, il Vero Homo Illuminatus. Avete presente il rapporto tra un uomo e la sua nuova automobile? E’ una sua creazione, l’hombre hermoso sa tutto dei cerchioni, della tonalità particolare di grigio chiaro metallizzato, è esperto di tappettini in moquette, di stereo estraibili, di fragranze degli Arbre Magique. Il motore, poi, meglio non spiegarlo nemmeno alle donne…
Pile di libri, Ada Boni nella 24 ore (se mi dovessi annoiare in riunione…), 3 formati differenti dell’Artusi (la praticità…), riviste (non so più dove metterle), enciclopedia della cucina regionale Newton & Compton, i costosi librini di Biblioteca Culinaria e quant’altro…avete capito che strazio.
A testa bassa con la cucina tradizionale, poi ribellione e vezzo, “sushi”, “minimalismo”, “fusion”, esperimenti, molti discutibili. E sventurate cavie (Francesca, misera e tapina). Stavo sbagliando il bersaglio. Ancor prima, ignoravo quale fosse il mirino. Dove dovevo guardare, cercare, orientarmi. Certo, nel mio percorso di avvicinamento alla cucina ha pesato in maniera determinante - anche come dimensione mentale - l’aver perso 50 chili, una scelta necessaria per la mia salute: m’è servita molta, ma davvero molta, costanza. Perdere 1 chilo scarso nei primi 3 mesi è stato frustrante, ma di scorte ne avevo parecchie. Le tentazioni poi, non ne parliamo. Ho cercato, oltre alle motivazioni che avevo, stimoli ulteriori per raggiungere il mio obiettivo. Ho così iniziato a leggere e declinare il cibo come qualità, stagioni, scoperta e riscoperta, buon senso. Mi sono fatto insegnare dalle materie l’importanza di avere con esse un rapporto rispettoso ed equilibrato. Poi le tecniche di cucina sono un aspetto a parte, comunque importante, ma che, ancora una volta, molto ha a che fare con le materie prime. Ho letto con occhi diversi molte ricette, per imparare la tradizione, l’armonia, il calore, la virtù della necessità.
La sintesi l’ho poi trovata nel tempo in due temi: la qualità dei prodotti, e la semplicità.
Ho finalmente scoperto il piacere di vivere la cucina come metodo e leggerezza, incontrando e ricercando, se capita, la casualità con disinvoltura. Cerco semplicemente di ricondurre la cucina ad una dimensione coerente con lo scorrere nel tempo, un fenomeno da vivere, che si consuma e svanisce fino alla prossima occasione. E poi si ricomincia da capo a giocare.
Per certe cose, lo ammetto, rimango un po’ rigido, ed è un mio limite: non mi piace vedere i bambini che mangiano schifezze, chi lavora di fretta ingollare in piedi panini di gomma, le persone pigre che non sanno amare se stesse e si nutrono male. Stendiamo poi un velo pietoso su quanto raccontano Peter Singer e Jim Mason (‘Come mangiamo’, ed. Il Saggiatore). Certo, gli stili di vita cambiano, i ritmi frenetici, e ancora la comodità, il senso di (finta) agiatezza diffusa, l’opulenza di offerte alimentari “usa e getta”. Mi è tutto chiaro. Ma se un insieme di ragioni modificano il contesto, c’è da chiedersi perchè ciò accade, come si ritraduce nel concreto e dove stiamo andando.
“Siamo ciò che mangiamo”. Non è nulla di così astratto, si tratta solo di buon senso. Petrini risponde con la filosofia Slow Food. Jamie Oliver ha promosso col governo inglese un piano su scala nazionale per educare i bambini al cibo partendo dalla qualità delle mense scolastiche. Una diffusa e crescente sensibilità promuove iniziative quali, ad esempio, “Chilometri Zero”.
La passione, la scoperta, la conoscenza, nascono dal basso. Dal basso nasce la forza e l’impegno di aggregazione per agire, comunicare, disegnare nuovi percorsi.
La molteplicità delle forme in cui ci poniamo con il cibo rappresenta un vaso di Pandora: ci dice chi siamo, cosa desideriamo, cosa temiamo, cosa consapevolmente e/o inconsapevolmente ignoriamo. “Noi e il cibo” è la storia della nostra identità, di un contesto storico, culturale, perché no, anche emotivo.
Ed è anche per questo che è importante - ad esempio attraverso questo blog - raccogliere storie, vissuti, vulgata, aspirazioni, sensibilità. Sono messaggi, frammenti, istanti di fotografie. Che servono a tutti coloro che vorranno cercarli, assaporarli.
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