Scritto da Lucia il giorno 24/11/2008 alle 11:57
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Din Don Dan: “Arriva il Natale” e la magia incontra le tradizioni: campanelle, ghirlande, vischio, stelle di Natale, albero e decori, primi e dolci contribuiscono a ricordare i gesti e gli affetti che negli anni si ripetono. Il regalo diventa un momento di creatività che non è la ricerca sfrenata e stancante dell’oggetto originale, ma un atto d’amore profondo per parenti e amici. Un carico di doni simbolici e utili. Da anni, ormai, lontana dalla mia terra, il Natale rappresenta il momento magico per ritrovare i miei affetti e ricordare in dolcezza altri che non ci sono più. Il calendario dell’Avvento è rosso già dall’8 di dicembre, giorno dell’Immacolata. Speciale, emozionante e atteso, sapendo di poter rivedere tanti volti della mia numerosa famiglia riuniti intorno alla tavola che come sempre si dipingerà di oro, rosso, argento, blu, colori tipici del Natale, arricchita da decorazione, che addolciscono l’atmosfera e, che la luce emanata dalle candele, impreziosiscono. Dei cibi, poi, a fine pasto quasi non se ne può più, perché le diverse provenienze delle mie zie, ciascuna delle quali non rinuncia a preparare i piatti della propria infanzia, per quanto alcuni si assomiglino, hanno dato via ad un banchetto che sembra una cartina geografica delle tradizioni. Un esempio? I dolci. Detti struffoli o purceddhuzzi, in base a dove si è, a Napoli oppure a Lecce. Le immancabili “Pittule”, che si trovano su tutte le tavole pugliesi. Quando, poi, il giorno dell’8 è terminato si è già pronti per un altro importante appuntamento, preludio del 25: Santa Lucia, il 13 di dicembre e gli ineguagliabili mercatini a cui non riesco a non associare la zia friulana, che proprio in questo giorno, gira le case dei familiari, per consegnare la buonissima Gubana, di cui non farei mai a meno. La vigilia, rappresenta per me, da sempre, la favola scritta da Dickens “Il Canto di Natale”, per terminare a mezzanotte con lo scambio dei doni, attorno al presepe, con la nonna che intona “Tu scendi dalle Stelle” e i miei cugini che le fanno il coro di sberleffi. Quest’anno, però, ho deciso quale sarà il regalo speciale per alcuni amici e familiari: “Il Corso di cucina con le Cesarina”, che terminate le vacanze, dovranno frequentare se vorranno trovare, il prossimo anno, anche le ricette della loro tradizione: quelle bolognesi. E per concludere come Dickens: “..un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo a tutti voi…”.
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Scritto da Desdemona e Ippazio il giorno 19/11/2008 alle 22:31
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In occasione della festa di Natale ogni famiglia fa a gara ad offrire i propri purceddhuzzi agli amici e parenti perchè ne assaporino la finezza e ne apprezzino la buona qualità.
La storia dei purceddhuzzi ha origini antiche e nasce dalla fantasia di chi ha cominciato a raccontarla nei tempi passati.
Infatti si presume che la parola purceddhuzzi nasca da piccolo porcellino (purceddhu).
Si racconta che i contadini avevano consolidato l’abitudine di offrire, in occasione della festa di Natale, il porcellino più grasso al loro padrone per avere in cambio, da questi, soltanto la lode per la bravura nell’allevare maialini. Ciò data la fertilità dei terreni che il padrone dava da coltivare ai contadini e la grande quantità di ghiande di cui tutto il Basso Salento ne era pieno e di cui i maialini ne andavano ghiotti.
A volte erano i “patruni” stessi che, nell’avvicinarsi delle festività natalizie, passavano per le campagne coltivate dai contadini e sceglievano personalmente il maialino più grasso ringraziando con semplici elogi i contadini stessi, senza tenere conto della fatica che avevano dovuto sopportare per crescerlo.
Col passar del tempo, i contadini sostituirono il dono del maialino bello e grasso con dei dolcetti caserecci fatti a forma di maialino che vennero chiamati “li purceddhuzzi“.
Il signore e padrone dei terreni continuava a premiare gli sforzi del contadino che gli donava i purceddhuzzi col suo, insindacabile, elogio alla bravura di chi li aveva preparati con tanto amore.
I purceddhuzzi sono dei dolcetti col miele: minuscoli pezzi di pasta dolce arrotolata sul lato esterno di una cesta, in modo che ne venga impressa la caratteristica forma arricciata.
I purceddhuzzi rappresentano il dolce tipico dei Salentini composti da farina, olio, bucce d’arancia tritate, succo di limone, una manciata di zucchero ed altri ingredienti, a cui accompagnare un buon bicchiere di vino novello. Ingredienti che i Salentini conservano sempre stipati nelle loro dispense, specialmente con l’avvicinarsi delle festività natalizie.
Le ricette per preparare i purceddhuzzi sono innumerevoli ed ogni famiglia ne custodisce gelosamente una che tramanda da madre in figlia, perché il pregio maggiore di questi dolcetti sta nella loro leggerezza e friabilità.
Ingredienti:
1 kg di farina
Olio extravergine di oliva
400 gr. di zucchero
1 bicchiere di vino
1 bicchiere di succo di arancia o limone
Sale q.b.
Pinoli
50 gr. di confettini colorati
Preparazione:
Impastare la farina con olio tiepido, precedentemente riscaldato su fuoco basso, per alcuni minuti. Mescolare il composto con le mani, aggiungendo del sale, lo zucchero, il vino e il succo di arancia o di limone. Lavorare l’impasto sino a che raggiunga la giusta consistenza. A tal punto, prenderne una parte e formare dei bastoncini grossi del diametro di circa mezzo centimetro. Tagliare nuovamente questi ultimi in lunghezza di circa 2 centimetri. Passarli su di un pezzo ruvido in modo da dare loro una forma grezza. Friggerli in abbondante olio pre-riscaldato. A parte, in un altro tegame, sciogliere del miele con l’aggiunta di alcuni cucchiai di zucchero, a fuoco lento. Versare il miele così lavorato sui porceddhuzzi che, nel frattempo, devono essere sistemati in un piatto o in una “taglieddha” (scodella). Infine, cospargere con dei pinoli, cannella e se si preferisce, con i confettini colorati.
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Scritto da Lucia il giorno 15/11/2008 alle 15:23
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L’inverno si è ormai affacciato ma il ricordo dell’estate è ancora vivo. Mentre i negozi iniziano già a tingersi del colore del Natale. Il blu del mare profondo, visto dall’altura della macchia mediterranea è sempre più un ricordo. Odori inconfondibili di una natura che avvolge ogni senso. Le mangiate all’aperto in compagnia dei parenti. Tra il bianco e blu delle costruzioni che si specchiano nel mare cristallino. Piatti caratteristici, frutto di tradizioni lontane, ricette della nonna mai perse, rimaste come bagaglio importante del suo amore. Svegliarsi con la brezza estiva, avvolta nel profumo di pastarelle calde fatte in casa. Lo zio che chiama i più piccoli per la colazione. Caldo abbraccio che annulla ogni malumore e anche i ritmi più intensi dell’inverno. Quando tutto appare grigio e in casa si è costretti a rimanere per il freddo. Allora sì che il preparare le pastarelle diventa un momento di completezza tra mente e corpo, per rivivere gli emozionanti momenti trascorsi e godere dei nuovi che verranno. E’ il momento di pensare ai futuri incontri, sicuramente in casa, costretti dal freddo delle giornate. Recuperando il tepore del camino che avvolge di mistico e impreziosisce le radunate. Coccolati da quel profumo che sa di festa e di casa. Quando gli scontri di opinioni diventano solo un pretesto per dirsi “Ti voglio bene”.
LE PASTARELLE
Ingredienti:
1 kg di farina di grano
400 gr. di zucchero
4 uova
200 ml di olio di oliva
1litro di latte
Buccia grattugiata di un limone
20 gr. di ammoniaca per alimenti
Zucchero semolato (per decorare)
Preparazione:
In una terrina lavorate le uova con lo zucchero, sino ad ottenere un composto omogeneo. A parte intiepidite il latte e scioglietevi l’ammoniaca. Aggiungete al composto e versatevi anche l’olio. A tal punto, incorporate anche la farina a poco a poco, e la buccia del limone. Impastate sino ad ottenere una pasta omogenea. Tagliate, a tal punto, tanti bastoncelli, che dovrete schiacciare. A parte, versate in poco latte dello zucchero semolato e amalgamate. Spennellate poi, su ogni pastarella. Adagiate su carta da forno ogni biscotto a una buona distanza, perché durante la cottura crescono di spessore. Predisponete il forno a 180°. Lasciate cuocere per circa 10 minuti fino ad ottenere la doratura. Il profumo dell’ammoniaca durante la cottura è forte, ma lascia subito spazio al profumo delle pastarelle. Se leggermente più cotte sono ancora più buone… provatele nel latte o nel thè e fatemi sapere.
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Scritto da Una Dandy il giorno 01/11/2008 alle 12:22
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Di un paese vi vorrai narrar, un posto incantevole al di sopra del mar. Un nome di difficile dicitura, Pettorano sul Gizio, oso dedicar questi versi in rima, non mie, ma d’uso per una festa che coinvolge l’Italia intera. “Ogge è lla feste de tutte li sande. Facete bbene a st’aneme penande. Se vu bbene de core me le facete, nell’altre monne le retruverete”. Così venia cantata la filastrocca per li Santi ed i morti da festeggiar. Una ricetta ora vi sto per dar, non facile, ma d’uso in questi giorni, per rendere i cestini dei bambini pieni e lieti. Come d’uso, di dolciumi fanno un gran pienone quando alle case suonano come da tradizione. La mia amica ne prepara in quantità per quel giorno, e che dire, è proprio una bontà.
LE FERRATELLE
Ingredienti (procurarsi il tipico ferro da frittelle):
3uova
6 cucchiai abbondanti di zucchero
6 cucchai di olio extravergine di oliva
350 gr. di farina 00
½ bicchiere di latte
Scorza di limone
1 bustina di lievito vanigliato
Peparazione:
Amalgamare in velocità le uova con lo zucchero, aggiungere lentamente l’olio. Rimestare, incorporando il limone e la farina. Quando l’impasto è ben amalgamato e con una certa consistenza, aggiungetevi il lievito. A tal punto, riscaldare il ferro, ungendo prima con dell’olio. Quando è caldo, versarvi un mestolo del composto. Lasciare per circa 10 secondi e girare dall’altro lato, per altri dieci secondi. Staccare la ferrattella dal ferro, aiutandovi con una posata. Adagiate su un vassoio. Al termine cospargere dello zucchero a velo. Buone Feste.
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