Scritto da Effeppi il giorno 30/12/2008 alle 09:35
Archiviato in: Natale, Ricette delle Cesarine, Tradizioni
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Grande merito ai siciliani per aver inventato la cassata. Talmente squisito questo dolce, che i napoletani se ne sono impossessati anche se con qualche piccola modifica. Del resto molte sono le tradizioni che ci accomunano ai siciliani anche in campo gastronomico, la vicinanza, il clima, la somiglianza e soprattutto il fatto di aver fatto parte per molti decenni dello stesso Regno. Cosa non da poco!
Comunque la cassata è entrata nella tradizione napoletana quale dolce delle feste natalizie ed in particolare a Capodanno. A differenza però di altri dolci che caratterizzano tipicamente il Natale la cassata la si può trovare in pasticceria tutto l’anno anche sotto forma di porzione ridotta con il nome di “cassatina”.
La ricetta che vi presento qui di seguito è una preparazione della mia famiglia.
Ingredienti:
Per il pan di Spagna
6 uova
180 gr. di farina
150 gr. di zucchero,
1 lievito Pan degli Angeli
1 bustina di zucchero vanigliato
un po’ di buccia di limone grattugiata
Per l’impasto
1 kg di ricotta di mucca freschissima
800 gr. di zucchero semolato
200 gr. di gocce di cioccolato
1 cedro candito
1 mandarino candito
150 gr di scorzette di arancio candite
100 gr. di ciliegine candite
Preparazione:
Preparare un pan di Spagna mescolando le uova precedentemente tolte dal frigo, la farina, lo zucchero, il Pan degli angeli, lo zucchero vanigliato. Versare il composto in una teglia di 26 cm. di diametro e metterlo in forno preriscaldato a 180°.
Nel frattempo lavorare la ricotta con lo zucchero fino a che abbia raggiunto la consistenza di una crema.
Lasciare riposare la ricotta in frigo.
Tagliare il pan di Spagna in spicchi sottili e dopo aver ricoperto con carta di alluminio una teglia adagiare gli spicchi sul fondo e sui lati .
Preparare uno sciroppo con un bicchierino di rum, 250 gr. di acqua e 4 cucchiai di zucchero.
Bagnare il pan di Spagna con lo sciroppo.
Conservare una ciotola di circa 200 gr. di ricotta e tenerla da parte.
Mischiare le gocce di cioccolato nella restante ricotta, mischiare e versare la crema sul pan di Spagna. Chiudere con altre fette di pan di Spagna. Bagnare anche un po’ il fondo. Chiudere con carta di alluminio.
Mettere in frigo per almeno una notte avendo l’accortezza di adagiare qualche peso leggero sul coperchio della torta affinché il composto si assesti.
Sformare su di un piatto di portata e spalmare la restante crema sul pan di Spagna e decorare con la frutta candita.
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Scritto da Una Dandy il giorno 26/12/2008 alle 14:24
Archiviato in: Natale, Ricette delle Cesarine
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Non può, nei giorni di Natale, mancare il panettone per accompagnare l’augurio finale… Cin, cin!
Ingredienti:
500 gr. di farina bianca
30 gr. di lievito di birra
80 gr. di uvetta
40 gr. di cedro e arancia canditi
100 gr. di zucchero
6 uova
220 gr. di burro
Preparazione:
Ponete su un piano da lavoro la farina, formate nel centro come una fontana, in cui versare il lievito sciolto in una tazzina di acqua tiepida. Impastate sino a formare un composto liscio e morbido. Imprimete la forma di un panetto, ponetelo in una terrina infarinata, coperto con un canovaccio inumidito da acqua calda. Lasciate lievitare per 2-3 ore, anche in forno spento, fino a che raddoppi (tale operazione andrà ripetuta una seconda volta). Dopo, versate sulla spianatoia altra farina, mettete al centro il panetto lievitato, aggiungete pochissima acqua tiepida e amalgamate i due composti. Lasciate lievitare per altre 2-3 ore, affinché raddoppi ancora di volume. A parte, mettete a bagno l’uvetta in acqua tiepida per 15-20 minuti, poi, sgocciolatela e asciugatela. Tagliate i canditi in piccoli dadi. Versate lo zucchero in una casseruola e scioglietelo con 2 dl di acqua calda, ponete sul fuoco e lasciatelo sobbollire mescolando, fino ad avere uno sciroppo fluido e limpido. Lasciarlo intiepidire. Aggiungere a questo sciroppo 4 uova e 2 tuorli, girare con la frusta, mentre è a bagnomaria. A parte in un pentolino fate fondere 120 gr. di burro. Versate sul piano da lavoro la restante farina, cospargetela con un pizzico di sale, ponete al centro il secondo panetto lievitato, versate il burro a filo ed iniziate ad impastare unendo prima il burro fuso, poi, il composto di burro e le uova. Lavorate l’impasto sino a renderlo compatto. A tal punto, incorporate l’uvetta ed i canditi, in modo che si distribuiscano bene nell’impasto. In ultimo, giratelo su se stesso in un unico senso. Prendete la carta da forno e tagliatela a forma di disco di circa 20 cm, imburratelo da entrambi i lati e riponetela in una teglia dai bordi alti. Imburrate altra carta da forno da entrambi i lati per ricoprire i bordi della teglia. Mettete, l’impasto del panettone, al centro della teglia e lasciate a lievitare in forno chiuso a 30° per circa 6 ore. Togliete delicatamente il panettone dal forno, portate quest’ultimo a 220°. Incidete una croce sulla superficie del dolce e cuocetelo per 5 minuti. Toglietelo dal forno, cospargetelo con il burro rimasto a fiocchetti. Riponete in forno. Abbassando gradualmente la temperatura sino a 180°, sino a che il panettone tende a colorire. Cuocere per circa 1 ora. Lasciare raffreddare in forno a sportello aperto… ineguagliabile per accompagnare il brindisi finale.
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Scritto da Una Dandy il giorno 21/12/2008 alle 22:55
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Sotto le feste di mangiar ne son lieto. Specialmente in compagnia, con parenti e amici, per trincare in allegria. Quando poi giunge la Vigilia, zia Giuliana, che in cucina certo non è una frana, per tener il palato contento i Verzolini della vigilia prepara a fuoco lento. Di ricette tradizionali, sia emiliane che romagnole, ce ne son tante da riempire, se volete, anche un elefante. Cappelletti e cappellacci, di secondi ne son ricchi i piatti.
Per finire in allegria, lì trionfanti ad entrar, la Spongata e il Certosino, che la tristezza tiran via.
Per poter brindare in coro “Viva il Natale ed il ristoro”.
Ingredienti per 8 persone:
600 gr. di foglie di verza
100 gr. di mollica di pane raffermo
1dl di latte
200 gr. di parmigiano
3 uova
70 gr. di pangrattato
20 gr. di burro
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
2 scalogni
200 gr. di salsa
Sale q.b.
Pepe
Preparazione:
Mettere a bagno nel latte la mollica di pane. A parte, lavate le foglie di verza, da far bollire in abbondante acqua salata per circa 8 minuti. Asciugatele dall’acqua e disponete le foglie su due canovacci. Incidete la costa. Disponete le restanti foglie in una terrina con il pane raffermo strizzato e sminuzzato, il parmigiano, le uova, il pangrattato e un pizzico di sale. Dividete, poi, il composto così formato in tanti mucchietti e adagiateli al centro delle foglie. Chiudete, queste ultime, ad involtino e fissate con spago da cucina. A parte, in un tegame fate sciogliere il burro, con olio e gli scalogni tritati. Quando questi diventano trasparenti, adagiatevi gli involtini di verza e rosolateli da entrambi i lati, cercando di girarli con delicatezza. Versate la salsa di pomodoro e 2 dl di acqua, salate e portate a cottura su fiamma bassa, per circa 45 minuti. Rigirate di tanto in tanto e se occorre, unite altra acqua. Ricordate di togliere lo spago nel momento in cui gustate i Verzolini della vigilia.
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Scritto da Lucia il giorno 18/12/2008 alle 12:21
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Ghirlande, palline, nastrini, campanelle e decorazioni che si tramandano da generazioni sono tutte nelle scatole in cantina. Come sempre mia mamma la sera del 7 novembre và a prenderle. Il giorno dopo, Festa dell’Immacolata, di rigore è preparare l’albero e l’immancabile presepe. Alla base le cassette della frutta, su cui adagiare la legna per il fuoco per dare l’effetto del movimento. Il tutto rivestito da carta montagna. Dietro, invece, la carta stellata per il cielo. La capanna, fatta da un amico che non c’è più in carta crespa, la Madonna, San Giuseppe, il bue, l’asinello, manca solo Gesù Bambino che si mette dopo la cena della Vigilia, il 24 dicembre. Poi, pecore, pastori, un laghetto ricavato da un pezzo di specchio su cui mettere le paperelle. Le luci tutti intorno, dai toni del bianco. L’albero rigorosamente sui toni del blu. Mentre noi figli definiamo la fine del presepe e dell’albero nel salone centrale, mia mamma passa in cucina per preparare le immancabili Pittule, come direbbe mia nonna, “a devozione del Signore”. Garantisco buone. Un piatto della tradizione pugliese, principalmente Salentina, quando le materie prime erano poche e l’astinenza che la Chiesa imponeva prima delle feste era seguita con maggior rettitudine. Un impasto semplice ma gustoso. Per il quale ci sono varianti come Pittule con il baccalà, Pittule con cavoli, Pittule con alici, Pittule con pomodori e capperi.
Ingredienti:
1 Kg di farina 00
2 cucchiai di farina di grano
Olio extra vergine di oliva
Sale q.b.
Lievito di birra
Preparazione:
In una scodella, versare la farina e formate come una fontana nel centro. Versare il lievito di birra precedentemente sciolto in acqua tiepida con 2 cucchiai di sale e un pizzico di zucchero. Aggiungete 2 cucchiai di olio e girate. L’impasto ottenuto non deve essere molto compatto. Coprite con uno strofinaccio e lasciate riposare per un paio di ore in frigo. Scaldate l’olio, quando è caldo, aiutatevi con un cucchiaio concavo a versare tante palline del composto nell’olio. Lasciate dorare da entrambi i lati. Passare su carta assorbente. Poi, su un piatto da portata. Nel caso del baccalà, lasciare a bagno in acqua calda per almeno un’ora, prima di unire al composto da lievitare. Nel caso dei cavoli sbollentare precedentemente. Le pittule sono per tradizione riproposte tra gli antipasti del giorno di Natale… Buone Feste.
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Scritto da Michela il giorno 16/12/2008 alle 11:22
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Quest’anno è già deciso, per fare i buonissimi cavicionetti per Natale, mia sorella Valeria prepara a casa sua la scrucchiata, un composto di marmellata di uva nera tipica abruzzese, mentre mia sorella Domenica è impegnata nella sfoglia. Completiamo il tutto a casa di mio padre dove ci riuniamo per mangiare in allegria e ritrovarci per le feste. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, sono stata volutamente assente. Mi sono fatta da sola un regalo unico. Un viaggio in Svezia dove quel giorno è un incanto di sapori e tradizioni. Da tempo desideravo visitare in questo periodo la città e assistere alla processione dei bambini in onore della Santa.
I CAVICIONETTI
Ingredienti:
1 Kg di farina
1 bicchiere di olio
4 tuorli d’uovo
4 cucchiai di zucchero
Succo di limone
Vino bianco quanto basta
Preparazione:
Su un piano disporre la farina a “fontana”, e versare all’interno i tuorli d’uovo. In un pentolino, portare ad ebollizione il vino con lo zucchero. Quando il preparato bolle, versarlo lentamente sulle uova mentre con una forchetta si batte velocemente (evitando che le uova si cuociano). Unire quindi la farina ed impastare bene. Quando l’impasto è pronto, stendere le sfoglie con la macchina della pasta (la sfoglia deve essere sottilissima). Riempire la sfoglia con il ripieno e fare i cavicionetti (a forma di ravioli). Friggere i cavicionetti in abbondante olio preriscaldato. Lasciarli, poi, raffreddare su carta assorbente.
Servire spolverati con dello zucchero a velo.
Per il ripieno dei cavicionetti:
La scrucchiata: con marmellata di uva nera. Mescolare (a freddo e non sul fuoco), la marmellata d’uva nera, mandorle tritate, cannella macinata, buccia di limone grattugiata, cioccolata fondente a pezzettini, un cucchiaio di cacao, un po’ di castagne abbrustolite e passate (non troppo finemente) con il passaverdure.
Variante per il ripieno:
Esiste anche la variante con le mandorle: Lessare e sbucciare le mandorle. Abbrustolire queste ultime in forno e tritarle non troppo finemente con il frullatore. Mettere le mandorle in un tegamino con del miele, un cucchiaio di zucchero, 1 pizzico abbondante di cannella e la buccia di un limone grattugiata. Fare amalgamare il tutto a fuoco lento (se non si amalgama mettere un po’ di liquore dolce).
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Scritto da Una Dandy il giorno 12/12/2008 alle 12:53
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Per le ricorrenze, si sa, che la cucina è ricca di deliziose bontà. Nel piccolo casale in collina, Giano prepara, per amici e parenti, cibi succulenti: capponi, tacchino e certosino, e tanti altri legati alle festività. Non trascura, però, di pensare al periodo che verrà, quello dell’Epifania che tutte le feste porta via. Quando smessi addobbi e decorazioni, Giano si dedicherà ad una cucina sobria, sana, ma pur sempre tipica e tradizionale. Solo allora si circonderà di buoni propositi. Menù leggeri piuttosto che articolati, semplici ma gustosi, capaci di soddisfare il palato viziato delle feste e di tenere a bada gli eccessi. Di ricette montanare se ne può raccogliere un ricco elenco, così che davanti al suo vecchio ma insostituibile camino, ogni sera pensa ai piatti da preparare per il mattino. Per le strade ed i sentieri il bianco candore copre ogni colore, il freddo è pungente ma la compagnia di vicini e parenti è avvolgente. Giano, ometto scuro, è contento, di preparare gustose zuppe non è mai stanco. La polenta è nel paiolo, il gorgonzola come decoro. La minestra nel sacco come ristoro. Durante il giorno Giano è impegnato, ma quando finalmente rientra nella sua comoda abitazione, dove ai panni della fatica può sostituire gli indumenti comodi di casa, si può dedicare all’arte a lui più gradita. La torta preparata col cuore è già nel forno. Scalda il polpettone, pulisce, cuoce e condisce il cardo, di contorno alla cacciagione. I giorni della merla sono ancora lontani ma Giano non vorrebbe farsi scoprire impreparato come la leggenda, che narra di una merla bianca ed i suoi piccoli, che sorpresi nei giorni più freddi di gennaio, per ripararsi si rifugiarono in un comignolo, per uscirne neri di fuliggine. A Giano sta per giungere un erede, a cui di certo non trascurerà di tramandare l’arte più antica, quella del cucinare. Così che un giorno anche lui sappia preparare, per parenti e amici, pranzi succulenti.
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Scritto da Effeppi il giorno 09/12/2008 alle 17:07
Archiviato in: Natale, Ricette delle Cesarine, Tradizioni
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Con l’approssimarsi del Natale eccovi una ricetta tipicamente natalizia e tipicamente napoletana. A chi di voi intende cimentarsi eccovi una ricetta semplificata rispetto a quella delle nostre nonne. I bambini soprattutto amano questo dolce composto di tante palline fritte. Da bambina ricordo che il più grande divertimento era quello di mangiarli con le mani, staccandone uno alla volta e finendo con il leccarsi le dita…!!!
Gli struffoli vengono sempre nominati al plurale. Il singolare lo si usa raramente per indicare una sola delle palline di pasta fritta che compongono questo dolce piacevole e buono, e soprattutto particolarmente caro ai napoletani. Infatti quando si iniziano a preparare gli struffoli significa che il Natale è imminente, dal momento che questa pietanza non può mancare sulla tavola natalizia.
Gli struffoli da sempre fanno parte dei riti cari ad ogni famiglia, ma circa le sue origini non abbiamo notizie certe.
Si presume che essi abbiano risalgano a tempi molto remoti quando i Greci ( i quali non dobbiamo dimenticare che fondarono Parthenope) preparavano qualcosa di molto identico che portava il nome di “Lukumates”. E’ probabile quindi che ce li abbiano portati e tramandati visto anche la semplicità della preparazione potremmo definirla una sorta di gastronomia primitiva. In tal caso gli struffoli risulterebbero essere uno dei piatti più antichi della nobile tradizione gastronomica napoletana.
Ingredienti:
400 gr. di farina
4 uova
1 cucchiaio da tè di alcol puro
1 noce di burro
1 padella piena di olio di oliva
1 cucchiaio da tavola di zucchero
raschiatura di ½ limone
raschiatura di ½ arancia
un pizzico di sale
Per il condimento:
300 gr. di miele
150 gr. di zucchero
50 gr. di confettini colorati
4 ciliegine candite
50 gr. di scorzette di arancia candite
50 gr. di scorzette di limone candite
50 gr. di zucca candita
Preparazione:
Impastare tutti gli ingredienti facendo una pasta di media consistenza. Lasciarla riposare per almeno un’ora. Prendere un pezzo di pasta alla volta e, rotolandolo sotto le dita, fare dei bastoncini più sottili di un dito mignolo e tagliarli in tocchetti di 1/2 cm. di lunghezza. Friggerli nell’olio bollente pochi alla volta finché saranno biondi. Sgocciolarli bene e porli su di una carta assorbente.
Se dopo un po’ che l’olio frigge sarà divenuto scuro, cambiarlo.
Mettere in una pentola con un fondo tondo il miele e lo zucchero con due dita d’acqua e lasciare bollire il composto finché non scompare la schiuma ed il composto diviene giallo.
Diminuire il fuoco e versarvi dentro gli struffoli con una parte dei canditi tagliati piccolissimi e mescolare bene in modo che si rivestano uniformemente di miele. Versarli su di un piatto tondo e con le mani bagnate di acqua fresca dargli una forma di ciambella con un grosso buco al centro.
Subito dopo spargervi i confettini colorati, il resto dei canditi e le ciliegine.
Gli struffoli si conservano benissimo anche per più di una settimana ed è preferibile farli con qualche giorno di anticipo perché nell’attesa miglioreranno. Buon appetito!
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Scritto da Riccardo il giorno 04/12/2008 alle 10:40
Archiviato in: Natale, Pensieri
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Per molti versi, per anni ho vissuto il Natale cercando di interpretarlo per come lo vivevano i miei genitori. Ovviamente, per come mi pareva lo vivessero e volessero vivere. I bambini, a mio avviso, colgono gli stati d’animo senza grandi complicazioni, fondamentalmente perché non mettono filtri, non cercano chiavi di interpretazione: sono contenti se mamma e papà stanno bene, altrimenti sono dispiaciuti. I bambini sanno anche quando i genitori sono tristi ma non lo vogliono mostrare, e riescono così a risollevare davvero il morale ai genitori, perché di fatto li coinvolgono nel gioco dell’allegria e gli strappano sorrisi che sanno essere contagiosi.
Questo preambolo perché , come dicevo, per anni ho vissuto il Natale per come, secondo me, lo vivevano i miei genitori. La questione è che entrambi desideravano una festa per noi tre, ma “non sapevano come si faceva”. Traduzione: per vari motivi, erano due ragazzi senza Natale, o per i quali il Natale era qualcosa che altri festeggiavano.
E qui mi ricollego ai temi della tenerezza e della rinascita: li ricordo impacciati ed emozionati, talvolta spigolosi ma fondamentalmente desiderosi di calore. Comunque sia stato, ogni Natale lo serbo nel cuore, perché passarlo con loro è stato il vero dono.
Poi è arrivata mia moglie: lei è una “professionista del Natale”. E’ quella che definisco una super bambina, un’onda di entusiasmo e di occhi a forma di cuore, un cane che non sa stare fermo perché eccitato dai lavori di preparazione, le luci, le stelle di paglia appese alle tende, l’albero addobbato ogni anno in modo diverso. Il nostro è un Natale in cui i doni sono belli perché da osservare incartati sotto l’albero, ancor prima che da possedere, e ogni anno tardiamo, anche oltre la Befana, per riporre l’albero, perché fin che c’è l’albero (gli abbiamo dato pure un nome!), sappiamo che abbiamo tutto il diritto di stare bene, essere sereni e spensierati, perché il Natale è con noi.
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Scritto da Riccardo il giorno 02/12/2008 alle 22:29
Archiviato in: Natale, Pensieri, Tradizioni
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La saggezza popolare, talvolta fatta anche di credenze infondate, spesso la dice giusta. E’ da inizio anno che i miei compaesani liguri salmodiano un mantra inquietante, anno bisesto anno malesto. Me ne sono reso conto solo oggi, realizzando con sollievo che siamo arrivati a dicembre. Volendo essere franco quest’anno non mi è piaciuto granché, anzi, proprio non mi è piaciuto. Quindi la scaramanzia dei numeri che tra poco sostituirà l’8 col 9 è da me attesa con una certa impazienza.
Detti liguri a parte, il sentore d’ aver iniziato l’anno col piede sbagliato l’ho avuto allo scorso 31 dicembre, un festeggiamento raffazzonato, gente nervosa, confusione che generava tensione, cibi poco calorosi (nel senso dell’empatia affettiva). E’ andata così. Ma manca ancora qualcosa. Non dico che possa risollevare le sorti dell’intero anno, ma il Natale è qualcosa di davvero speciale. Per me, tutt’altro che lunare, quindi poco amante del buio, delle giornate grigie e fredde che terminano in fretta, il Natale è un’epifania di significati, di emozioni, che da bambino intuivo (e non coglievo), e che oggi aspetto invece con trepidazione.
Da bambino ricordo uno struscio veloce e confuso il giorno della vigilia con i miei genitori: la missione si chiamava Mamma Sinico, una gastronomia che oggi non esiste più. L’opulenza delle vetrinette, paté, aragoste in bellavista, cumuli ipnotizzanti di insalata russa, teglie in ceramica di luccio in salsa e lavarello in carpione, vasi alti quanto portaombrelli carichi di porcini sott’olio, lo sguardo estasiato ed arreso dei miei genitori, all’epoca due ragazzini con pochi mezzi a disposizione. Ma Natale è Natale, quindi, anche solo degli involtini di prosciutto cotto in gelatina, dei ravioloni ripieni al nero di seppia e qualche altro pacchettino (carta argentata lucida, priva di grinze, fiocchi rossi) non potevano mancare. Per anni ho cullato dentro si me quest’idea della festa, cibi golosi, inarrivabili, esclusivi. E’ chiaro, questa dimensione non riguardava il cibo quanto quello che significava per i miei genitori, o ancor meglio, per quello che erano all’epoca, due teneri ingenui ragazzi che una volta l’anno si concedevano peccati di gola quotidianamente inarrivabili.
Per me il Natale mantiene questa valenza di entusiasmo infantile. Il Natale deve essere una nostra nascita personale, il ricordare che senza la nascita non ci saremmo. Sembra una banalità. Ma non lo è. Un po’ come quando ci lamentiamo di ciò che non si ha dando per scontato o - addirittura - per dovuto, ciò che si ha.
Una rinascita, un ringraziamento per la nascita. Nascita che è fatta anche di collocazioni culturali e identitarie. Per questo per me il Natale è importante anche a tavola, e anche quest’anno il menù sarà tipicamente veneto, come da mia appartenenza di nascita. Qualche cappelletto di Valeggio in brodo di cappone, un assaggio di tagliolini in brodo con i fegatini, un maestoso bollito alla veneta (la lingua si cuoce a parte, mi raccomando!), salsa verde e pearà (condimento monumentale per profumi e fragranza). Per finire un’offella di Perbellini (replicarla mi è ahime impossibile). Buon Natale e buon appetito!
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Scritto da L. il giorno 01/12/2008 alle 10:22
Archiviato in: Natale, Ricette delle Cesarine, Tradizioni
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Manterrei l’anonimato perché già così rischio..direte, ma cosa? Che la zia mi diseredi dal conoscere la ricetta della Gubana. Una storia antica. Lei di origine friulana ha sposato il fratello di mio papà e per Natale ne regala sempre una per l’Immacolata. Per me ne potrebbe dare anche di più, sentita la bontà. Da quando sono piccola sento le altre zie chiederle la ricetta e, da quando siamo cresciute, anche noi nipoti. Lei, abile nel trovare sempre una scusa, fa cadere la questione. Ovvio ha insegnato alle sue figlie, come un segreto da non dover essere lasciato alla conoscenza di altri che sono parenti solo per acquisizione. L’anno scorso, una delle mie cugine, la più simpatica direi, ha riprovato con domanda diretta “zia Silvia mi dai la ricetta?”. Lei maestra di dribbling ha risposto, ora no, un giorno vieni a casa che ti insegno. Ben sapendo che mai si sarebbero incontrate visto che mia cugina ripartiva dopo pochi giorni per lavoro. Ora tocca a me. Quest’estate ha preparato il buonissimo pane dolce, che altro non è che l’impasto della Gubana senza ripieno. Troppo buono. Le ho chiesto, e a quanto sembra ottenuto, la ricetta. Mi ha garantito che mi insegnerà a fare la Gubana in prossimità del Natale. Spero bene… tra le altre, la mia amica Simona, di Mariano del Friuli, mi ha detto come preparano la Gubana a casa sua. Anche se per me non è la stessa cosa.. mah.. “NATALE GUBANA”…Vi lascio la ricetta di Simona ma spero che qualcuno mi dica se conosce delle varianti. Nell’eventualità probabile che la zia non mi insegni la sua.
LA GUBANA
Ingredienti per la pasta:
600 gr. di farina 00
30 gr. di lievito di birra
2 dl di latte
3 uova, 1 tuorlo
130 gr. di zucchero, 3 cucchiai di zucchero semolato
100 gr. di burro
1 limone
Sale
Ingredienti per il ripieno:
150 gr. di gherigli di noce, 100 gr. di uvetta, 60 gr. di pinoli
2 fichi secchi, 2 prugne secche
30 gr. di cedro candito e di arancia
100 gr. di cioccolato fondente
2 cucchiai di pangrattato
30 gr. di burro
1 uovo, 1 bicchiere di marsala
Preparazione:
Scaldate 4 cucchiai di latte e quando sarà tiepido, unite il lievito e fatelo sciogliere. Lavorate in una terrina 100 gr di farina con un cucchiaino di zucchero ed il lievito sciolto nel latte, fino ad ottenere un panetto da fare lievitare coperto. Quando sarà raddoppiato unite la farina e lo zucchero rimasti, le uova, il burro ammorbidito, sale, la buccia grattugiata di limone e il latte necessario per ottenere un impasto compatto.
Per il ripieno: sbollentate le noci, pelatele e tritate finemente insieme con i pinoli, i fichi, le prugne e i canditi. Raccogliete il tutto in una ciotola, quindi aggiungete l’uvetta, precedentemente ammollata nel marsala e scolata, il cioccolato grattugiato. Inoltre, aggiungete il pangrattato rosolato nel burro, mescolate bene e unite anche il tuorlo e l’albume montati a neve.
Stendete la pasta su un canovaccio in modo che sia sottile e rettangolare. Distribuite di sopra il ripieno, lasciando un bordo vuoto. Arrotolate la pasta su se stessa, formate una spirale e disponete su una teglia imburrata e infarinata. Spennellate la superficie con il tuorlo sbattuto, spolverizzate di zucchero e mettete in forno preriscaldato a 190° per 45 minuti circa. Servite freddo, magari con una spruzzata di grappa friulana.
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