Le “tavolate” della festa di San Giuseppe

Scritto da Desdemona e Ippazio il giorno 17/03/2009 alle 12:28
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In tutti i paesi del Salento è molto in uso, ancora oggi,  festeggiare San Giuseppe organizzando le famose “tavolate” in quanto lo sposo di Maria, è da sempre considerato il Santo tutelare dei poveri.
L’episodio che più è rimasto impresso nella fantasia della gente, toccando il cuore dei più umili, è quello della sacra coppia di sposi che, nell’approssimarsi della nascita del Figlio, colti alla sprovvista, in un paese forestiero, chiedono un alloggio dove poter partorire ma vengono respinti da tutti.
In questo atto disumano è sentita la violazione dei due sentimenti che il popolo ritiene tra i più sacri: l’ospitalità e l’amore familiare; San Giuseppe ne appare la vittima innocente insieme alla sua donna.
Probabilmente proprio per questo motivo la figura di questo Santo ha influito notevolmente sulla gente povera estrinsecandosi in manifestazioni che stanno tra il sacro ed il profano.
La leggenda racconta che Dio dovendo scegliere il padre putativo di Gesù mandò un angelo sulla terra per bandire una specie di concorso riservato a persone buone che meritassero l’alto onore.
Si presentarono moltissime persone tutte col bastone in mano che serviva loro per aiutarsi nel cammino dato che per la maggior parte erano anche persone anziane.
Dio fece la sua scelta facendo improvvisamente fiorire il bastone di un falegname: San Giuseppe; da qui la rappresentazione iconografica di San Giuseppe presentato, in moltissime immagini, anche antiche, con un ramoscello fiorito in mano.
In onore di San Giuseppe era in uso preparare, in molti paesi del Salento, le grandi “tavolate ” dove venivano invitati parenti e vicini di casa ai quali si offriva, tra l’altro, la “massa di San Giuseppe” piatto tipico del Santo festeggiato ogni anno il 19 marzo.
Parecchi giorni prima si preparava una sfoglia di farina impastata con solo acqua, la si tagliava a striscioline lunghe e strette al massimo di 2 millimetri che venivano messe al sole ad asciugare distribuite su appositi “cannizzi” (così chiamati perchè erano costruiti con canne spaccate ed intrecciate).
La massa si cucinava con cavoli, ceci, pepe e cannella in abbondanza.
Siccome spesso gli invitati alla “tavolata” erano parecchi la massa la si preparava in grande quantità, quindi si ricorreva ai “limmuni” (recipienti di terracotta che si usavano, di solito, per lavare i panni con la “lissia”).
I limmuni venivano comunque precedentemente puliti accuratamente e venivano usati per mescolare i vari ingredienti già cotti in pentole diverse, amalgamandoli tra loro; così si otteneva la massa di San Giuseppe che, oltre ad essere servita sulla tavolata, veniva anche distribuita presso altre famiglie di parenti e vicini che non venivano invitati a casa e di questo, di solito, si interessavano i “vagnoni” (giovanotti) che, con le guance arrossate per il calore che emanavano i piatti fumanti, giravano il paese e provvedevano alla consegna ai destinatari degli stessi piatti. I destinatari accettavano volentieri la massa che veniva loro offerta per non arrecare offesa a San Giuseppe e alla persona che l’aveva preparata in devozione del Santo stesso.
Solo al termine della distribuzione della massa veniva effettuata la pulizia dei piatti che non venivano mai lavati ad ogni consegna perchè non andassero buttati gli eventuali resti.
La tavola di San Giuseppe era una tradizione in uso in quasi tutte le famiglie sia che esse erano povere che benestanti. Le famiglie più povere dovevano fare enormi sacrifici per imbandire tali tavole ma, essendo devoti al Santo, lo facevano molto volentieri.
Le tavolate venivano imbandite nella stanza più grande della casa che di solito corrispondeva con la camera da letto e costituivano il pranzo offerto in onore di San Giuseppe ai parenti più stretti ed agli amici più cari che (da qui il famoso detto: San Giuseppe invita i soi, soi ) entrando nella stanza, trovavano diverse tavole tutte coperte con candide tovaglie imbandite con pietanze di rito.
La statua di San Giuseppe veniva sistemata sulla tavola più grande, al centro, e circondata da fiori e candele proprio come se stesse su un piccolo altare.
Le pietanze cotte venivano preparate diversi giorni prima della festa ed i cibi venivano cotti durante la notte in modo che, di giorno, ci si potesse dedicare ai soliti lavori dei campi.
Le pietanze che costituivano il pranzo erano numerose e andavano dalle teste di finocchi ai grossi pani a forma di tarallo, pasta condita con ricotta fresca,  rape, ceci, pesci fritti (per ricordare il miracolo della loro moltiplicazione), cavolfiore fritto, stoccafisso, lampagioni, zeppole e vino in abbondanza.
Erano comunque tutti piatti umili in memoria della povertà di San Giuseppe.
Al centro del tavolo vi era poi un vassoio o un cestino nel quale gli invitati depositavano una busta chiusa contenente soldi per ripagare, almeno in parte, il lavoro di chi aveva preparato il tutto.
Le varie pietanze riempivano, in bell’ordine, le tavole e se queste non erano sufficienti, le si depositavano anche sui letti.
Il più anziano degli invitati rappresentava San Giuseppe, il più piccolo Gesù Bambino mentre la Madonna era rappresentata da una giovane donna che veniva scelta tra le presenti.
San Giuseppe sedeva a capotavola ed era colui che dava inizio al pranzo battendo il bastone per terra dopo aver recitato una preghiera e avendo battuto dei colpi con la posata sul bordo del piatto per richiamare l’attenzione dei commensali. La preghiera veniva poi ripetuta ad ogni portata.
I Santi erano in numero sempre dispari richiamandosi al numero dispari della Sacra Famiglia ed  al numero degli Apostoli presenti nell’Ultima Cena.
Alla vigilia della festa il parroco del paese visitava le case dove venivano imbandite le tavolate per benedirle e da quel momento i visitatori potevano entrarvi per ammirare, pregare ed assaggiare i prodotti esposti. Tale casa rimaneva aperta anche durante tutta la notte con i padroni che vegliavano pregando. Il giorno della festa gli invitati dovevano prima recarsi a messa, fare la comunione e a mezzogiorno recarsi a pranzo.
Il pane, sempre abbondante, non veniva consumato tutto ma una parte veniva conservata per essere poi distribuita agli invitati in modo che, gli stessi, lo potessero distribuire ai loro parenti ed amici che, magari, non erano stati invitati ad alcuna tavolata.

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I borlenghi

Scritto da Lucia il giorno 10/03/2009 alle 15:27
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Sono più che soddisfatta dalla gita che mi ero preposta e sono riuscita a fare questo fine settimana. Non solo per avere visitato un castello storico, che da sempre mi affascinano. Immaginando le dame ancora in vita calpestare quei corridoi così lunghi e le strette scale semi dritte che si fa fatica a percorrere in abbigliamento ginnico, figuriamoci allora con i larghi e lunghi abiti che le contraddistinguevano. Poi, ora di pranzo, non potevamo lasciarci sfuggire una cucina tradizionale. Anche se io ho mangiato un’unica pietanza e solo a quota 20 portate ho terminato. Mi hanno spiegato che è da registrare quasi come un record, visto che il piatto non è semplice. Proprio buoni i borlenghi. Ricetta tradizionale che si è sviluppata nel modenese e diffusa con facilità, non faccio fatica a crederlo, tra le colline bolognesi. La cuoca, un’amica di famiglia delle persone con cui sono andata in gita, mi ha fornito la ricetta che ho riproposto oggi a me stessa. Lo so l’ingordigia. Ma assicuro che sono peggio delle ciliegie: uno tira l’altro. Provate la ricetta:

Ingredienti per 4 persone:
300 gr. di farina bianca
Cotenna di maiale
100 gr. di lardo
1 spicchio d’aglio
Rosmarino
Parmigiano grattugiato
Sale

Preparazione:
Disponete in una ciotola una pastella piuttosto liquida con la farina, aggiungendo pian piano l’acqua ed un pizzico di sale. A parte preparate il ripieno tritando uno spicchio di aglio con un rametto o due di rosmarino. Aggiungete un pizzico di sale e mischiate il trito con il lardo. Prendete una padella bassa e antiaderente, scaldatela a fiamma vivace e strofinatela con la cotenna di maiale così che risulti leggermente unta. Versate un mestolo di pastella e cercate di farla roteare sulla superficie sino ad ottenere un disco molto sottile. Quando una superficie è dorata girate, magari aiutati da un coltello a punta arrotondata. Infine spalmate il trito e una spolverata di parmigiano. Assicuro sono buonissimi.

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In tema di ricordi: il frico

Scritto da Zia Pia il giorno 06/03/2009 alle 17:14
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Quando ero più giovane mi piaceva sperimentare. Crescendo sono ritornata sui miei passi scoprendo l’unicità e autenticità delle ricette tradizionali. Forse perché in tema di ricordi sono quelle che più di altre non solo soddisfano il palato ma mi scaldano il cuore. Così i gesti che mi scopro oggi a fare in cucina mi riportano alla mente quelli di persone a me care. Alcune delle quali non ci sono più. Alla ricerca del sapere ho conservato tanti quadernetti che custodisco gelosamente e che solo dopo che avrò lasciato questo mondo potranno essere possesso di altri. Sicuramente le mie nipoti. Leggendo questi scritti ricordo anche di viaggi e volti amici. L’accento a me tanto caro di Nivel, che abita in un piccolo paesino in provincia di Udine. Così mentre mi scopro pensare a lei, ricevo una telefonata che mi comunica che purtroppo non sta tanto bene. I casi della vita o come credo quell’affetto che ci lega e fa sentire uniti anche a distanza. I legami di fondo si costruiscono anche su sensazioni. Così in questi giorni ho preparato il frico raccontando di lei ai nipoti. Un modo per condividere e rivivere.

IL FRICO

Ingredienti:
Formaggio stagionato (da 6 a 12 mesi)

Preparazione:
Prendete del formaggio stagionato da 6 a 12 mesi e grattugiatelo. Riscaldate una padella di ferro unta leggermente (se non disponete di padella di ferro va bene anche un tegamino antiaderente) e spargetevi, in uno strato sottile ed uniforme, una bella manciata di formaggio (a seconda delle dimensioni della padella e della quantità di formaggio, lo strato deve essere circolare dal diametro di 10 – 15 centimetri). Schiacciate con una paletta di legno per far uscire il grasso in eccesso e, quando è dorato, staccate dal tegame (cercando di non romperlo) e fate rosolare dall’altro lato. Togliete dalla padella e lasciate raffreddare su carta assorbente. Il risultato è un “biscotto” di formaggio friabile.

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